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venerdì 20 gennaio 2012

I big del rating: profitti miliardari e conflitti d'interesse


Il rating, si sa, può fare molto male a chi lo subisce e rende ricco chi lo emette. 
Può causare grosse difficoltà ad alcuni paesi facendo lievitare il costo del loro debito e remunera profumatamente i soloni in cattedra che bacchettano a piene mani banche, governi e imprese. 
E' questo il quadro, impietoso, che domina ormai il mercato finanziario globale.
Le tre più importanti agenzie di rating internazionali, Standard&Poor's, Moody's e Fitch, producono insieme utili netti per circa un miliardo di dollari, ogni anno.
Non c'è crisi che possa scalfire i lauti profitti di Moody's (508 milioni nel solo 2010) o di S&P (almeno 300 milioni). 
Una volta c'erano le "sette sorelle del petrolio", oggi i dominus dell'economia sono le "tre sorelle del rating", che insieme con i loro giudizi decidono le sorti dei mercati finanziari influenzando le decisioni di milioni di investitori e muovendo ingenti quantità di capitali. 
ll loro business, dare i voti, è una vera gallina dalle uova d'oro.
Nei primi nove mesi del 2011 Standard&Poor's ha realizzato 1,33 miliardi di dollari di ricavi, un buon +9% rispetto all'anno precedente, Moody's cresce ancora di più (1,71 miliardi di dollari nei primi 9 mesi del 2011, +17% rispetto al 2010). 
Fitch invece ha archiviato i conti 2011 con 666 milioni di dollari di profitti. Insieme i tre big del rating fatturano quasi 4,4 miliardi di dollari, guadagnandone almeno uno. 
Anche la performance in Borsa è più che positiva: Moody's ad esempio è salita del 52% negli ultimi 2 anni e capitalizza quasi 4 volte i suoi ricavi. 
Trovare nel mondo aziende così solide in piena crisi mondiale, è davvero un lusso. 

CONFLITTI D'INTERESSE 

Capitan World Investment è una delle maggiori società di gestione del risparmio americane ed è il primo azionista di Standard&Poor's (detiene il 10,26%) ed il secondo maggiore socio di Moody's (12,60%). 
Entrambi le agenzie di rating sono concorrenti sul mercato, ma per CWI questo non importa: ha comprato 28 milioni di azioni della prima e 30 milioni della seconda. Nel dubbio, meglio puntare su entrambi. 
La pensano allo stesso modo Vanguard Group, i fondi Blackrock (primo gestore mondiale nell'asset management), State Street e molti altri grandi investitori che figurano tra i principali azionisti di Moody's e S&P. 
Si dirà: questi big della finanza basano poi le loro decisioni di investimento sui giudizi di quelle stesse agenzie di rating di cui sono corposi azionisti. 
Il sospetto di un conflitto di interessi è più che legittimo.
Non a caso, il commissario agli affari economici Olli Rehn ha espresso forti critiche al sistema attuale: "Le agenzie di rating non sono arbitri oggettivi o istituti di ricerca imparziali, ma hanno i loro interessi, giocano molto secondo le regole del capitalismo finanziario americano", aggiungendo che molti investitori hanno guadagnato bene grazie alla "destabilizzazione" dell'euro. 
Insomma Moody's, S&P e Fitch sono pagati dalle stesse società che devono valutare (i giudizi troppo benevoli sui mutui americani cartolarizzati, allo scopo di "coltivare" nuovi clienti, è un esempio storico lampante).
Questo conflitto è stato sollevato lo scorso settembre anche dalla Sec, l'Autorità di Vigilanza Usa. 
Quei voti che le sorelle del rating assegnano condizionano le politiche di investimento di tutti i fondi del mondo, creando una serie di effetti a catena. 
Anche perchè alcuni fondi sono vincolati da un importante clausola nel mandato: possono comprare solo obbligazioni con un rating superiore alla "Tripla B". Quando un bond viene declassato e scende sotto quella soglia il gestore è costretto a venderlo.
La domanda cruciale è: la colpa è delle agenzie di rating, agenzie private che valutano anche i debiti sovrani degli Stati, o di tutto il mondo finanziario che usa il rating come parametro principale per decidere cosa comprare e cosa vendere?
E' da quì che bisogna partire per ripensare l'intera struttura del sistema. 







martedì 17 gennaio 2012

Ferrovie, Poste e banche: le liberalizzazioni del governo (seconda parte)

Nell'articolo precedente ci siamo occupati dell'intervento del governo Monti nel settore dell'energia e dei taxi. 
In questa seconda parte elenchiamo in sintesi le novità che potrebbero essere introdotte sul fronte bancario/postale e nel trasporto ferroviario. 

FERROVIE 


Le liberalizzazioni riguarderanno due fronti: i servizi di trasporto pendolari (regionali) e l'accesso alla rete. Il governo intende cancellare le norme che prorogano il regime di monopolio di Fs nelle regioni per passare ad un sistema di gare. In particolare andrebbe eliminato l'articolo che rinnova il contratto di servizio di Trenitalia con le regioni per sei anni senza gara e la norma che esclude il trasporto ferroviario regionale dalla disciplina generale dei servizi pubblici locali. 
Il secondo aspetto riguarda la separazione proprietaria di Rfi (Rete Ferroviaria Italiana) da Trenitalia, un "pallino" di Antonio Catricalà fin da quando era presidente dell'Antitrust e che vorrebbe riproporre ora in qualità di sottosegretario alla presidenza del Consiglio. 

I vantaggi: con l'obbligo di mettere in gara i servizi regionali arriveranno operatori privati e stranieri in regime di concorrenza. 

La difesa delle categorie: le carenze di offerta per i pendolari dipendono dai contratti stipulati da Ferrovie dello Stato e Regioni. Sarebbero quest'ultime a comprare servizi insufficienti. Per garantire infine l'accesso alla rete non serve lo scorporo ma sono sufficienti le regole e l'Autorità. 

POSTE 


Il punto di riferimento da cui partire è l'Inghilterra, dove l'ex monopolista Royal Mail ha diminuito di oltre il 40% le quote di mercato, mentre più bassi sono i parametri in Svezia, Finlandia e Olanda. 
Tra le idee in discussione c'è lo scorporo di Banco Posta da Poste Italiane. Contro questa ipotesi si è espresso il sindacato Slc-Cgil: "Rischia di mettere in discussione sia l'unitarietà dell'insieme della filiera, ovvero l'intreccio stretto fin qui realizzato tra servizi bancari, assicurativi, commerciali e sistemi di pagamento da una parte, e servizi di logistica e recapito dall'altro, che la sostenibilità del gruppo stesso". 
C'è da aggiungere infine che il settore postale ha beneficiato della terza e ultima tappa della liberalizzazione richiesta dalla Ue con l'approvazione del decreto legislativo che ha recepito la direttiva 2008/6. 

BANCHE 


La prima manovra varata dal Governo Monti ha già stabilito che "è considerata scorretta la pratica commerciale di un istituto di credito o di un intermediario finanziario che ai fini della stipula di un contratto di mutuo obbliga il cliente alla sottoscrizione di una polizza assicurativa erogata dalla medesima banca, istituto o intermediario", fenomeno che è già stato oggetto di una ispezione dell'Isvap. Il Garante della concorrenza ha inoltre suggerito di intervenire sul fronte della trasparenza, correttezza e qualità dell'informazione al cliente. Il consumatore infatti dovrebbe poter conoscere il costo connesso al finanziamento ed alla polizza proposta dalla banca mutuante. 
Il governo pensa dunque di introdurre una norma che dia la possibilità di scegliere quale polizza abbinare a garanzia del proprio mutuo, in modo che non sia per forza ricollegabile al gruppo bancario che lo ha concesso.
Il secondo fronte riguarda la possibilità di introdurre "prezzi massimi/minimi imposti e divieti" sulle commissioni bancomat, su cui le aziende di credito hanno già messo le mani avanti rivendicando l'attuale esistenza di controlli antitrust che dovrebbero bastare. 
Sul fonte assicurativo potrebbe essere ritoccato il meccanismo del risarcimento diretto per l'Rc auto, stabilendo dei tetti ai rimborsi ricevuti dalla compagnia del danneggiato, modulati in funzione degli obiettivi di efficienza delle compagnie.  

I vantaggi: il cliente sarà pienamente informato di costi e provvigioni nel caso in cui volesse stipulare una polizza con la stessa banca mutuante, con il vantaggio di poter confrontare con maggior trasparenza le diverse offerte sul mercato. 

La difesa delle categorie:  Secondo gli istituti di credito la polizza abbinata al mutuo non viene imposta a nessuno ma si tratta di una garanzia sui rischi per il cliente. 


venerdì 13 gennaio 2012

Le liberalizzazioni che servono all'Italia (prima parte)


Dopo la manovra "lacrime e sangue" è arrivato il momento che il governo Monti affronti di petto le misure necessarie alla crescita ed al rilancio economico dell'Italia.
Un paese che ha bisogno urgente di riforme liberali che possano introdurre nuove forme di concorrenza in settori tradizionalmente rigidi e poco sensibili alle modifiche strutturali.
Analizziamo dunque, settore per settore, le misure che potrebbero incidere positivamente sul sistema paese, attualmente inserite nel provvedimento "Cresci-Italia", che dovrebbe essere varato definitivamente tra il 20 e il 23 gennaio. 
Oggi prendiamo in considerazione il settore dell'energia e dei taxi. La seconda parte riguarderà Poste e Ferrovie. 

ENERGIA E CARBURANTI 

Gli interventi dovrebbero riguardare diversi settori: elettricità, gas e carburanti. Per quest'ultimi il governo pensa di recuperare la norma che consentirebbe ai gestori dei punti vendita di carburante al dettaglio di rifornirsi liberamente da qualunque produttore e rivenditore. 
E' prevista l'eliminazione dei vincoli sulla vendita di prodotti "non oil" e una misura per incentivare la diffusione di operatori indipendenti dalle compagnie petrolifere, anche in un'ottica multi-marca, e per la diffusione di impianti completamente automatizzati. 
La terza proposta dovrebbe consentire ai gestori di approvvigionarsi sul mercato in piena libertà, dalle compagnie a una sorta di "borsa" pubblica o un rivenditore all'ingrosso. I benzinai potranno così decidere di acquistare i carburanti (almeno il 20%) presso i grossisti meno cari. 
Infine presso le stazioni sarà anche possibile vendere giornali, tabacchi e altri beni di consumo. 

I vantaggi: Secondo gli esperti, nel medio termine una razionalizzazione della rete dei carburanti può avere un effetto positivo sulla riduzione dei listini (nonostante siano in gran parte condizionata dalla componente fiscale, indipendente dalla liberalizzazione).

La difesa delle categorie: Come per taxi e farmacie non mancano le opposizioni al decreto (ci sono stati colloqui informali tra Claudio De  Vincenti, sottosegretario allo sviluppo economico e rappresentanti dell'Unione petrolifera). Contrario Sergio Gigli, segretario generale Femca-Cisl: "A chi giova una tale liberalizzazione se mette a rischio migliaia di posti di lavoro, indebolisce l'Italia nell'approvvigionamento in un settore strategico e non ha effetto sulla diminuzione del costo dei carburanti?"

TAXI

Le misure previste dal governo prendono spunto dalle indicazioni del presidente dell'Antitrust Giovanni Pitruzzella e puntano sulla rimozione delle restrizioni alla multi-titolarità delle licenze dei taxi.
La seconda proposta intende incentivare l'aumento del numero delle licenze, almeno nelle città dove il servizio risulta più carente, con l'introduzione di adeguati meccanismi "di compensazione" una-tantum per non penalizzare eccessivamente gli attuali titolari. L'Antitrust ha suggerito di assegnare ai tassisti una nuova licenza che potrebbe essere venduta, con l'aggiunta di licenze part-time e maggior flessibilità negli orari. 
Il governo potrebbe anche spingersi oltre, fino all'introduzione di un obbligo come quello, in caso di chiamata telefonica del taxi, di girare la prenotazione alla vettura più vicina al cliente, riducendo così costi e attese. 

I vantaggi: Una maggiore liberalizzazione potrebbe incrementare il numero di taxi in circolazione. Allo stesso tempo una più accentuata competizione migliorerebbe il servizio attraverso innovazioni tecnologiche e riducendo i tempi di attesa.

La difesa delle categorie: Secondo i tassisti, ovunque si è liberalizzato il settore si è verificato un accaparramento delle licenze da parte di chi possiede maggiori disponibilità di capitali, formando così una sorta di oligopolio che striderebbe con un mercato appunto più libero. La controproposta della categoria punta su politiche di miglioramento della fluidità di circolazione dei mezzi pubblici per migliorarne il servizio. 
Dopo le proteste a Termini e Fiumicino, che hanno per l'ennesima volta penalizzato pesantemente i cittadini, il 23 gennaio è stato proclamato lo sciopero nazionale. 

mercoledì 21 dicembre 2011

Per i mercati l'Italia è meno affidabile della Spagna, ma è proprio così?


Il confronto tra Italia e Spagna è già stato analizzato da Libero Mercato in un altro articolo, dove la domanda di fondo era: come fanno i mercati finanziari a giudicare il paese iberico più "sicuro" del nostro?
Torniamo dunque sulla sfida tra Roma e Madrid prendendo in esame i fondamentali economici. 
L'Italia resta la sorvegliata speciale in Europa: i Btp sono tornati a pagare 5 punti di interesse in più dei Bund tedeschi, nonostante il Governo Monti abbia varato una manovra di 30 miliardi fatta di "veri" sacrifici.
Eppure l'incertezza sul futuro dell'Europa dovrebbe penalizzare anche la Spagna, che invece ha ridotto il divario dei suoi titoli pubblici rispetto alla Germania: dai 446 basis point di un mese fa ai 332 di lunedì 19 dicembre, mentre l'Italia ha visto aumentare lo spread dai 475 punti base del 18 novembre ai 498 di pochi giorni fa.
Gli spagnoli migliorano, noi peggioriamo. 

DOVE CI BATTE LA SPAGNA 

Il vero fardello del nostro paese è sempre lo stesso: l'enorme debito pubblico, pari al 120% del Pil
L'anno prossimo dovremmo rimborsare titoli di stato per un ammontare di 356 miliardi di euro e bisognerà trovare investitori disposti a prestarci questo denaro per essere in grado di rimborsare i titoli in scadenza. 
La Spagna invece ha un debito pubblico inferiore, pari al 78% del Pil e nel 2012 dovrà rimborsare debiti per "solo" 172 miliardi
Ecco una prima concreta differenza che notano i mercati.
Secondo l'opinione di Silvio Peruzzo, economista di Rbs, intervistato dal Sole 24 Ore: "Il mercato in questi mesi è concentrato solo sui debiti pubblici degli Stati e non su altri indicatori economici. Gli investitori temono di registrare perdite, e questo è più probabile nei paesi con un elevato debito pubblico".

DOVE VINCE L'ITALIA

Se sul fronte debito siamo i fanali di coda dell'Europa, per quanto riguarda il deficit di bilancio la Spagna sta peggio di noi:  Madrid ha un disavanzo pari al 5,5% del Pil mentre Roma si ferma al 3,5%
Non si tratta solo di freddi indicatori economici, ma è una differenza importante perchè maggiore è il deficit maggiore è il fabbisogno finanziario, come spiega il professor Marco Fortis: "Se si sommano i debiti in scadenza al deficit, si scopre che quando l'Italia arriverà al pareggio di bilancio nel 2013 il fabbisogno sarà inferiore a quello spagnolo. Con il poderoso sforzo che l'Italia sta facendo per ridurre il disavanzo di bilancio, i conti pubblici avranno un miglioramento importante".
Ma la vera forza dell'Italia è il settore privato: pochi debiti e tanta ricchezza.
Il debito di famiglie e imprese infatti è rispettivamente del 45% e dell'81% del Pil, mentre in Spagna è ben superiore: 85,8% per le famiglie e il 140,5% per le imprese. 
Inoltre nella penisola iberica gran parte di questo fardello è concentrato su un unico settore, quello immobiliare, che ha sì garantito tempi d'oro per la crescita del Pil spagnolo (+ 7,8% medio nel periodo 2000/20007 contro il 4,1% dell'Italia) ma adesso con la crisi del mercato degli immobili mette non poco in difficoltà Madrid. 
In Italia il livello di ricchezza delle famiglie è decisamente maggiore. 
Secondo un calcolo di Credit Suisse, sommando la capacità finanziaria ed immobiliare l'italiano medio ha una dote di circa 210 mila dollari, il doppio dello spagnolo (104 mila dollari). Su questo fronte stiamo meglio persino della Germania (163 mila dollari).
Sempre in Italia il 61,6% della popolazione ha una ricchezza superiore ai 100.000 dollari (compreso il valore della casa), mentre la Spagna si ferma al 36%.
Insomma lo Stato in Italia ha un interessante bacino di risorse private da cui attingere (ed è proprio uno degli obiettivi del governo Monti) mentre in Spagna questo "tesoretto" non c'è. 
Conclude il professor Fortis: "La Spagna non riesce più di tanto a ridurre il deficit per questo motivo, perchè la ricchezza privata è bassa".
Eppure l'Italia soffre di più sui mercati e gli operatori finanziari restano concentrati sul nostro debito pubblico.
Il Governo deve agire in fretta per invertire questo ciclo. 






lunedì 5 dicembre 2011

La settimana dei mercati



Sorprese dall'inaspettato calo della disoccupazione in America, le Borse europee hanno chiuso la migliore settimana dal novembre 2008. 

Di Sauro Dozzini (consulente creditizio) 

Con il rialzo dell'1,5% di venerdi, l'indice milanese FtseMib ha guadagnato nelle ultime cinque sedute l'11%
L'indice complessivo delle Borse europee Stoxx 600 è salito dell'8,6%.
Nel pomeriggio, gli investitori hanno tirato i remi in barca dopo che il dato sulla disoccupazione in Usa, scesa al minimo degli ultimi due anni, aveva provocato l’ultimo rialzo. 

Fin dalla mattina di venerdì 2 dicembre si avvertiva un clima positivo per i titoli di Stato: il rendimento del Btp decennale prima di mezzogiorno è sceso al 6,39% (-22 punti base) e lo spread con il Bund tedesco a 427 punti base. 
A fine giornata il rendimento del Btp è risalito al 6,64% e lo spread a 454 punti.

Le altre borse europee hanno chiuso tutte con significativi progressi: Londra e Parigi +1%, Francoforte +0,7%. 

In Europa i titoli migliori sono i bancari (Stoxx del settore +5,6%), e gli assicurativi (+3,6%) e dell'industria dell'auto (+1,7%). 
Il forte rialzo delle banche è stato spinto dalla notizia che l'Eba, l'autorità bancaria europea, non pensa di rendere i criteri sugli stress test delle banche ancora più stringenti.

A Milano Unicredit (UCG.MI) chiude in rialzo del 4%, Intesa San Paolo (ISP.MI) +5,6%, Popolare dell'Emilia (BPE.MI) +6,4%, Monte dei Paschi (BMPS.MI) +8%, Mediolanum (MED.MI) sale del 3,8%.
Fra le assicurazioni, vola Fondiaria-Sai (FSA.MI) +9,4%, cauta Generali (G.MI) +1%, guadagnano Milano Assicurazioni (MI.MI) +4,7% e Unipol (UNI.MI) +4%.

In Europa si mettono in evidenza le banche francesi: Bnp Paribas (BNP.MI) +10%, Société Générale (GLE.PAR) +9%, bene anche Deutsche Bank (DBK.FRA) +4,8%, Barclays (BARC.L) +7,2% e Credit Suisse +6%.

Andamento positivo per i titoli dell'auto: Fiat (F.MI) è salita del 2,6%.
Nel settore energia, Eni (ENI.MI) ha guadagnato lo 0,8%, Saipem (SPM.MI) +2,5% e Tenaris (TEN.MI) +2,5%.

Seduta travagliata per Finmeccanica (FNC.MI), che ha oscillato più volte per chiudere in calo dell'1,5%. L'uscita del presidente Pier Francesco Guarguaglini e il passaggio di tutti poteri all'a.d. Giuseppe Orsi vanno nella direzione auspicata dal mercato, ma sul titolo ha pesato il downgrade di Hsbc che ha tagliato il target price a 3,1 euro da 3,5 euro.

Forte rialzo di Geox (GEO.MI) +9%. 

Tra i titoli minori si mette in mostra Engineering (ENG.MI) +7,5% sulle voci di un interesse da parte delle banche e fondi di private equity.

lunedì 28 novembre 2011

Meglio un titolo di stato o un conto deposito?


Dopo il confronto sintetico tra i titoli di stato italiani ed i bond bancari, Libero Mercato propone ai suoi lettori una breve guida sul risparmio con una rapida analisi tra i Bot-Btp ed i conti deposito, offerti a gran voce dalle banche. 

Senza dubbio negli ultimi mesi il classico Bot a 6 mesi offre rendimenti fuori dal comune: tasso lordo al 6,5% che diventa il 5,36% al netto del prelievo fiscale (12,5%) e delle commissioni di acquisto (0,30%).
Al confronto anche i depositi vincolati più attraenti, con scadenza 6 mesi, non superano il 4% lordo, che scontando un aliquota più elevata (dal primo gennaio prossimo al 20%) portano in tasca il 3,2%. 
In pratica il Bot rende il 63% in più sui tassi lordi ed il 66% sul netto. 
Le banche dovranno rivedere molte strategie di marketing per convincere i clienti ed è probabile una nuova rincorsa a ritoccare i tassi per portare denaro fresco in cascina, ma è difficile prevedere fino a che punto potranno spingersi e soprattutto se un incremento eccessivo dei rendimenti non comporterà problemi di solidità patrimoniale agli istituti di credito di casa nostra, mai come in questo periodo pericolosamente esposti alle intemperie dei mercati finanziari. 
La novità potrà essere il lancio di nuovi strumenti più strutturati, per venir incontro alle esigenza della clientela, ma con il rischio di una minore trasparenza e semplicità sui "collaterali" collegati all'obbligazione bancaria. 
Per chi vuole il denaro sempre disponibile e non vincolato, la renumerazione dei conti tradizionali o dei Buoni fruttiferi postali non supera il 2% netto, per i pronti contro termine il rendimento lordo al 3% diventa nei fatti il 2,40%. 
Certo, i conti corrente hanno un vantaggio non indifferente: la garanzia del capitale fino a 100.000 euro offerta dal Fondo interbancario di tutela dei depositi. E' uno strumento garantito dalle stesse banche che però può funzionare soprattutto nel caso di fallimenti isolati o circoscritti. 
Con l'avvento di un crack generale di sicuro la tutela potrebbe risultare meno incisiva. 
Insomma, la semplicità e l'immediatezza dei Bot conserva il suo fascino ma bisogna prendere in considerazione l'aumento del grado di rischio percepito sul debito italiano. 
E' sempre una scommessa sul futuro economico del nostro paese. 
Infine per l'investitore italiano, che ha qualche risparmio da proteggere e valorizzare, resta sempre valida la regola aurea: diversificare il più possibile il proprio portafoglio.
Come abbiamo già spiegato più volte in altri articoli, meglio evitare il fai da te ed affidarsi ad un consulente esperto, che possa ripartire la liquidità tra titoli di stato, conti corrente renumerati, polizze vita e fondi comuni di investimento, che propongono una maggiore suddivisione delle quote in aree geografiche e settori economici, diminuendo così il grado di rischio. 












mercoledì 23 novembre 2011

Meglio un Titolo di Stato o un bond bancario?





In questi giorni complicati per gli investitori è difficile orientarsi nel mondo del risparmio e dopo l'euforia del "Btp day" è importante fare un confronto tra un titolo di stato ed i bond bancari, massicciamente offerti alla clientela con tassi di rendimento sempre più alti. 
La prima valutazione da fare riguarda la tassazione sulle plusvalenze. 
La manovra di agosto dell'ultimo governo Berlusconi ha di fatto aumentato, a partire dal 2012, l'aliquota sulle rendite finanziarie (compreso le obbligazioni bancarie, tranne per la quota investita in titoli di stato) dal 12,5% al 20%, lasciando invariato al 12,5% la tassa sui titoli governativi
Quindi sul "risparmio fiscale" il btp vince sul bond da banco: 1-0.
La seconda valutazione è il rendimento ipotizzato a scadenza. 
Le banche in questo periodo, vuoi per la crisi economica, la difficoltà del credito e soprattutto per gli obblighi imposti sui requisiti di capitale dagli accordi di Basilea 3, hanno disperato bisogno di liquidità (in gergo si chiama "funding") e rispondono con un'offerta aggressiva a tassi elevati, che hanno quasi raddoppiato i Btp. 
Ad esempio l'ultima obbligazione senior della Banca Popolare di Milano, con scadenza aprile 2013, è stata scambiata ad un rendimento del 12,2%. 
Un Btp di pari durata oggi renderebbe il 6,54%. 
Anche Unicredit (bond scadenza 02/14 al 9,36%), Monte dei Paschi (04/14 al 9,00%), Ubi (06/14 al 9,00%) e Intesa San Paolo (12/13 al 7,60%) hanno aumentato il costo della raccolta per attrarre sempre nuova clientela e portare denaro fresco in cascina. 
Quindi sul piano del rendimento senza dubbio il bond bancario batte il titolo di stato italiano: 1-1. 
La terza valutazione, se vogliamo ancora più importante del rendimento a scadenza, è sul "livello di rischio". 
In questo caso bisogna avere fiducia nell'Italia come paese in grado di onorare il proprio debito pubblico a tassi d'interesse così elevati. 
E' ragionevole ipotizzare che le fondamenta dello Stato risultino più garantite solide  di un singolo istituto bancario, soprattutto se di piccola entità, come le numerose Bcc sparse sul territorio nazionale. 
Quindi investire sull'Italia può risultare meno rischioso nel medio-lungo periodo rispetto ad un obbligazione bancaria, che spesso non è quotata e contiene una percentuale di strutturati ad alto rischio e poco trasparenti. 
Qundi sulla sicurezza il btp batte il bond: 2-1. 
Vince dunque il titolo di Stato
Nel prossimo articolo faremo invece un confronto tra obbligazioni governative e conti deposito ad alto rendimento. 


NON METTERE TUTTE LE UOVA NELLO STESSO PANIERE


Al di là di tutto, la regola aurea di ogni investimento finanziario è sempre la stessa: diversificare il più possibile la composizione del portafoglio.
Dunque per chi possiede una certa liquidità (diciamo da almeno 100.000 euro in sù) potrebbe suddividere l'investimento in un paniere diviso tra Btp e titoli a reddito fisso, quindi qualche bond bancario ad alto rendimento (in percentuale minore perchè molto rischioso) e un fondo comune di un'importante casa di gestione internazionale (es. Pimco, Carmignac, Black Rock, Morgan Stanley) che investa soprattutto in obbligazioni europee a rating elevato (Bund tedeschi, titoli olandesi e finlandesi, e anche un pò d'Italia). 
Per chi possiede cifre inferiori è sempre importante diversificare e deciedere se scommettere sulle sorti del nostro paese o della filiale sotto casa. 
In tutti i casi non è consigliabile fare da soli (il trading online diventa quasi un lavoro e se non si segue l'andamento dei titoli tutti i giorni si rischiano pesanti perdite sul conto capitale) soprattutto perchè in questo periodo è meglio stare alla larga dai titoli azionari (anche se è possibile farne incetta a prezzi scontatissimi) finchè non si aprirà uno spiraglio sulla crisi economica attuale (e sempre nell'ottica di una ripartizione equilibrata delle quote). 
Meglio rivolgersi dunque ad un esperto, che sia un promotore finanziario, un consulente indipendente o il direttore della vostra banca, che vi segua passo dopo passo nel consigliarvi al meglio su come gestire e valorizzare i vostri risparmi, mai così preziosi di questi tempi.