giovedì 21 aprile 2016

Nel 2015 al Sud sono nate 30.000 nuove imprese innovative


"Eppur si muove", verrebbe quasi da dire. Scenari positivi di ripresa coinvolgono anche il Sud Italia, secondo il rapporto "Pmi-Mezzogiorno 2016" promosso da Confindustria e Cerved, presentato mercoledì 20 aprile a Bari. 
In totale al Sud sono nate 30.500 imprese di capitali, di cui 1.200 iscritte al registro delle startup innovative (1/5 del totale nazionale) tutte di media e piccola dimensione ma con una forte componente dinamica e creativa. 
In testa si collocano Campania e Puglia, fanalino di coda la Calabria con una quota del 3,2% nel 2014. Anche per quanto concerne i tassi di chiusura delle aziende, nel 2015 c'è stato un segnale di miglioramento ed il numero dei fallimenti è sceso del 23% (non accadeva dal 2007). Questi dati testimoniano che anche al Sud possono nascere e crescere imprese di eccellenza, con un fatturato in salute ed una buona solidità finanziaria. La crisi economica che attanaglia l'Italia ormai da quasi 10 anni ha ovviamente costretto il mercato ad una fase di rigenerazione e selezione della qualità delle sue Pmi, incentivando le ristrutturazioni ed il miglioramento complessivo della competitività. Restano fermi i punti critici, che riguardano ovviamente l'intero sistema Paese, tra cui la forte dipendenza delle nostre imprese al canale diretto del credito bancario, un'anomalia rispetto ad altre economie industriali avanzate (soprattutto gli Stati Uniti, dove il mercato dei corporale bond è di gran lunga più sviluppato). A questo proposito, il presidente di confindustria Bari-Bat, Domenico De Bartolomeo, ha sollecitato il rafforzamento di "strumenti di sostegno al credito e le soluzioni di finanza alternativa". Altro punto critico consiste nell'eccessiva frammentazione: quasi il 90% di 1,6 milioni di imprese attive non supera infatti i 9 addettiSe sta riemergendo dunque un tessuto imprenditoriale che in una fase di transizione si muove in un contesto più sereno e favorevole, i livelli pre-crisi restano ancora molto lontani. Germogli di ottimismo provengono dalle parole di Marco Gay, presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria, intervistato dal Sole 24 Ore: "Tra le prime 10 province italiane 6 sono al Sud, non è un caso che Apple abbia deciso di costruire proprio a Bagnoli il primo centro di ricerca per le App in Europa". Un altro esempio indicativo è stata la pubblicazione dei dati sulla diffusione della banda larga in Italia, dove il Sud ne esce in maniera a dir poco brillante, con la Calabria che ha raggiunto il primato tra le regioni d'Italia per i tassi di copertura della fibra veloce a 30 Megabit al 77,87% del territorio (contro per esempio il 37,58% della Lombardia o il 28,71% del Veneto). 
E' necessario quindi guardare avanti con ottimismo, anche perché i segnali positivi non mancano ed il Sud può e deve giocare la sua parte nel tentativo di recuperare lo sviluppo e la produttività perduta nei decenni trascorsi.




lunedì 6 luglio 2015

Il referendum in Grecia ed i rigoristi a fasi alterne


La metamorfosi (illogica) del Movimento 5 Stelle ha qualcosa di straordinario:
Dall'ossessione quotidiana del rigorismo fiscale (riduzione di indennità e stipendi, rendicontazione pedissequiosa di ogni attività, attacchi contro la Casta degli sprechi e del debito pubblico) all'esaltazione ideologica di un paese che ha gli stessi vizi (anche peggiori) del nostro passato, che dopo aver ottenuto lauti prestiti dalla vituperata e terrorista Unione Europea (che quando si trattò di incassare forse tanto tirannica non era...) nel 2012 ha ricevuto uno "sconticino" di circa 100 miliardi di euro e tutt'oggi paga un tasso d'interesse sul proprio debito in media del 2%, quasi come fosse un paese scandinavo.
Eppure nel parlamento europeo i grillini siedono sul fronte opposto di Syriza, con quel Nigel Farage "liberista" radicale ed ex uomo di finanza britannica.
L'elenco delle contraddizioni sarebbe ancora lungo ma è meglio fermarsi qui, anche se si fatica molto a seguire un ragionamento politico in cui non si ravvede nulla di concreto, coerente ed omogeneo, ma solo il patetico tentativo di "raccattare" consenso ovunque possa germogliare, ovviamente sempre nell'ottica della "protesta" e del "contro qualcosa o qualcuno" e quasi mai con un serio progetto di "governo".
Dopo che per anni da sinistra il "nemico" è stato raffigurato nell' America capitalista e guerrafondaia, adesso il nuovo bersaglio dei populismi (di destra, di sinistra, di tutti gli schieramenti) è una presunta Europa filonazista che schiaccerebbe i più deboli per favorire banche e massoni di ogni ordine e grado.
Va da sè che ogni paese sovrano ha la responsabilità del suo bilancio pubblico, di decidere le manovre economiche come è stato fatto in diversi paesi (Spagna, Portogallo e Irlanda hanno subito tutte la cura della Troika, ma facendo riforme diverse tra loro, a seconda delle caratteristiche economiche e fiscali dei singoli territori, ed adesso vedono un graduale recupero del tasso di occupazione ed una crescita media del Pil superiore all'1%).
Non si comprende perchè un maggiore rigore fiscale, ovvero non aumentare in maniera eccessiva il proprio debito, non spendere sempre più di quanto si guadagna, non sprecare il denaro pubblico, rilanciate e favorire la crescita e l'occupazione in maniera naturale e non "drogandola" con l'assistenzialismo di Stato, debbano essere interpretati come una Tirannia dall'alto.
Sono in realtà concetti economici basilari che qualsiasi Stato moderno ed avanzato dovrebbe avere come Stella Polare.
Invece siamo al paradosso di un'opposizione tremendamente rigorista e austera in casa propria (fino al limite della pignoleria) e incredibilmente solidale e ragionevole con coloro che nel passato hanno commesso errori peggiori dei nostri e mostrano anche una (scarsa) volontà di rimediare.
Il tutto solo per l'ansia di avere "un nemico comune e ben riconoscibile" che serva finalmente a nascondere ed alleviare le nostre responsabilità.

martedì 31 marzo 2015

Altro che prede, ecco le aziende italiane che conquistano i mercati nel mondo


Nei giorni scorsi si è parlato molto della fusione di Pirelli con il colosso ChemChina, quasi a denunciare l'inesorabile destino delle aziende italiane, ormai facili "vittime" degli appetiti voraci delle multinazionali estere. 
In realtà, rispetto all'autocommiserazione decadente, esiste un piccolo nucleo di Pmi italiane che soffocate dalla ristrettezza della domanda del mercato domestico non hanno paura di affrontare le sfide globali, agendo da predatori affiatati piuttosto che da prede indifese. 
Nell'elenco delle ultime operazioni su scala  transnazionale si ritrovano marchi noti e meno noti all'opinione pubblica, come documentato da un interessante articolo di Vittorio Carlini pubblicato il 28 marzo su Il Sole 24 Ore.
A partire dal settore della meccanica e biomedicale le così dette "multinazionali tascabili" si danno un bel da fare all'estero.
E' il caso della Imi, azienda produttrice di macchine automatiche per il confezionamento di prodotti (farmaceutici ed alimentari), che ha acquisito un pool di 5 aziende addirittura nella "ostica" Germania.
Nel novembre scorso invece, Emak, attiva nei componenti ed accessori per giardinaggio, agricoltura e industria, ha scalato il 70% della brasiliana Lemasa per 25 milioni di euro. 
Anche Amplifon è sbarcata in Brasile, dopo aver conquistato fette di mercato in Israele, comprando il 51% di Direito de Ouvir.
Per restare sempre nel settore contiguo al "biomedicale", la Recordati, azienda emiliana fondata nel 1926, lo scorso anno è salita al 90% della tunisina Ophelia Pharma, con un'operazione di quasi 30 milioni di euro.
Sul fronte del business energetico la genovese Erg, che dal petrolio si sta espandendo nel mondo delle rinnovabili, ha investito circa 127 milioni di euro per allargare il suo parco eolico in Polonia, mentre la Falck Renewables nel 2014 ha comprato la spagnola Vector Cuatro
Altre imprese invece hanno tentato di aggredire, con successo, un mercato ancora più difficile da espugnare: gli Stati Uniti.
E' il caso di Reply, che lo scorso anno ha rilevato una quota del 20% dell'americana Sensoria, o di El.En, azienda che produce sistemi laser, che ha comprato il 19,5% di Quanta Aesthetic Laser Usa con l'opzione di salire al 51% nel 2017.
Un settore, quello dell'hi-tech che in Italia è ancora purtroppo poco rappresentato a Piazza Affari.
Certo stiamo parlando di operazioni finanziarie dall'ammontare complessivo limitato, tra i 10 ed i 100 milioni di euro, se escludiamo l'accordo Fiat-Chrysler o la storica presenza dell'Eni in Africa e Medio-Oriente.
D'altronde i cacciatori all'italiana sembrano più faine che leoni, considerando le dimensioni medio-piccole tipiche delle nostre aziende.
Questi però sono tanti esempi virtuosi che possono testimoniare il ruolo strategico importante che l'Italia può sempre giocare nello scacchiere internazionale.
Ovviamente quello di cui si sente ancora forte la mancanza, e noi di Libero Mercato non smetteremo mai di ricordarlo, è la capacità del nostro paese di fare Sistema e di essere più "business friendly", aiutando le imprese ad ingrandirsi e migliorare la loro presenza dall'estero.
Questo può avvenire solo attraverso una reale politica industriale, che limiti l'ostruzionismo della burocrazia, migliori l'efficienza della giustizia civile e penale, abbassi il carico fiscale iniquo ed offra maggiore chiarezza sui controlli e trasparenza delle regole,  aiuti le Pmi ad accedere al mercato dei bond e quotarsi in Borsa per non dipendere solo esclusivamente dal credito bancario, in perenne deficit di liquidità. 
Senza ovviamente trascurare la lotta alla corruzione ed alle organizzazioni criminali, un cancro letale per la capacità di crescere in maniera sana e produttiva.
La sfida globale del business è sempre aperta e le nostre aziende continueranno a dare il massimo per competere ed espandersi nel mondo, ma per affermarsi come abili cacciatori e non finire come prede è necessario che lo Stato e la politica facciano seriamente la propria parte. 









mercoledì 25 marzo 2015

La burocrazia che frena lo sviluppo: il caso Orogel


Come nei precedenti reportage su Ikea e Esselunga, Libero Mercato torna a denunciare l'ennesimo "ostacolo all'italiana" che coinvolge questa volta il gruppo Orogel, famoso brand che produce verdure fresche surgelate.
La consueta montagna di carte e quattro anni di attesa per ottenere l'autorizzazione all'insediamento di un nuovo stabilimento su un'area di 44 mila metri quadri affianco la sede principale nel comune di Cesena.
Il nuovo capannone rientra in un investimento complessivo di circa 80 milioni di euro da portare a termine entro il 2017, che prevede un magazzino automatizzato per la conservazione ed il confezionamento (tre reparti da 3.600 metri quadri ciascuno) con l'obiettivo di incrementare la capacità logistica dagli attuali 900 mila quintali all'anno ad oltre un milione e con la prospettiva di aumentare l'occupazione interna (sono previsti 80 addetti in più da affiancare agli attuali 850, su un totale di 2.500 che lavorano nell'azienda romagnola).
Lungaggini e lentezze procedurali che lasciano l'amaro in bocca considerando la crisi economica degli ultimi anni.  
Per l'amministratore delegato Bruno Pieraccini: "La burocrazia continua a pesare sulle imprese con un costo elevatissimo. Il terreno ad uso produttivo è nella nostra disponibilità da 12 anni. Con la scadenza del piano particolareggiato, nel 2010, abbiamo dovuto riavviare tutto l'iter, affrontando una regolamentazione farraginosa, che prevede il coinvolgimento di venti enti diversi".
Oltre quattro anni di stop sono tanti e l'autorizzazione da parte degli uffici urbanistica ed edilizia privata di comune e provincia dovrebbe arrivare finalmente entro l'estate, consentendo così l'inizio dei lavori a settembre.
"Tutto deve essere fatto nel rispetto rigoroso della normativa" - tiene a precisare Pieraccini, a scanso di equivoci - ma gli iter amministrativi per il rilascio delle autorizzazioni devono essere snelliti per non bloccare i programmi di sviluppo delle imprese. Il carico burocratico eccessivo scoraggia le aziende e blocca anche gli investimenti dall'estero".
Il gruppo Orogel ha avviato il nuovo programma di investimenti per rispondere ad una domanda in crescita in Italia, nonostante una crisi che per fortuna non ha intaccato il mercato domestico. Solo il 5% della produzione di surgelati, infatti, è destinata all'estero (il 20% se si considera il prodotto fresco), con quasi 2.000 soci produttori l'azienda ha raggiunto un volume d'affari nel 2014 di 328 milioni.
E' dalla soluzione di casi emblematici come questi, di inspiegabile auto-lesionismo amministrativo-burocratico, che l'Italia deve seriamente ripartire per recuperare un pesante deficit di credibilità, ponendosi la sfida di diventare realmente un paese "business friendly" (che non escluda, anzi includa una lungimirante visione industriale di lungo periodo e serie politiche attive per il lavoro) l'unica reale opportunità che abbiamo per competere in un mercato globale ed aumentare l'occupazione e la produttività.




venerdì 20 marzo 2015

Perchè la Bce è il bersaglio "sbagliato" dei Blackoccupy




Pur con il dovuto rispetto che si deve a qualsiasi forma di protesta sociale e disobbedienza civile, una fondamentale conquista nel secolo del dopo-guerra, non si può non rilevare le implicite contraddizioni che emergono soventi dalla protesta del movimento Blackoccupy, che nella giornata di mercoledì ha messo a ferro e fuoco Francoforte in occasione dell'inaugurazione della nuova maestosa sede della Banca Centrale Europea.
Al di là dei consumati slogan che rievocano un sessantottismo di ritorno un pò datatato ("Il Capitalismo uccide", ndr) si ravvisa molto fumo ideologico nel nuovo fronte anti-austerity che prende di mira direttamenta il cuore finanziario ed economico dell'Europa. 
I problemi derivanti da una difficile integrazione europea, emersi ancora di più con la crisi scoppiata nel 2008 ed a seguito dell'insostenibilità dei debiti sovrani, sono ascrivibili in misura maggiore all'incapacità dei leader dei singoli Stati  di portare avanti un reale processo di unificazione politica, scaricando i fallimenti sul capro espiatorio di turno: la Bce di Mario Draghi
Un'istituzione che ha la colpa principale di far "parte della troika, che toglie il pane di bocca ai greci e distrugge la classe media", quando proprio con il varo del quantitative easing è l'unico vero attore che sta cercando, nei limiti del proprio mandato e dei poteri concessi, di dare uno scossone alla dormiente economia europea, aiutando gli Stati e le banche a far circolare quella tanto attesa "liquidità" che dovrebbe, nei migliori auspici, rilanciare il credito, gli investimenti, i consumi.
Proprio il contrario di quelle politiche di austerità contro cui si scagliano i giovani di Blackoccupy (che ricordiamo, rappresentano una fetta estremista e minoritaria della popolazione).
Se da un lato viene attaccata dal così detto fronte anti-austerity, per uno strano paradosso la Banca Centrale Europea si trova altresì accusata in Germania di "essere la banca più sinistra del mondo, perchè usa moneta per salvare paesi mal ridotti e peggio governati, favorisce i debitori e deruba i creditori".
Delle due l'una e forse, come al solito, la Verità sostanziale sta nel mezzo di due posizioni così talmente opposte e distanti da convergere comunque verso un unico nemico comune. 
Lo stesso Draghi ha più volte ribadito che la Banca Centrale non può sostituirsi alla politica e che l'Europa, insieme ai singoli Governi, deve agire in fretta per avviare quel necessario processo di riforme interno che riporti l'economia complessiva in un sentiero di crescita virtuosa.
Anche il presidente della Commissione Juncker, durante l'ultimo consiglio europeo di febbraio, ha affermato che "non possiamo lasciare tutto sulle spalle di Mario", sottolineando l'irresistibile tentazione della classe politica di nascondere la polvere sotto il tappeto della Bce per giustificare la propria oggettiva inconcludenza. 
E' lapalissiano constatare che il consenso dei cittadini ai governi aumenta quando migliora la situazione economica ed ormai la distanza tra gli elettori e gli eletti risulta sempre più profonda e difficile da rinsaldare, ma non è con la demagogia e con i proclami populisti
che si possono realmente affrontare i problemi, come vogliono fare i movimenti di protesta (siano di destra o di sinistra poco importa) e quelle forze di partito che nei vari paesi europei soffiano sul vento del disagio.
Alimentare sentimenti nazionalisti contro l'Unione potrà sicuramente migliorare l'appeal nei sondaggi, paventare improbabili svolte economiche tornando alle vecchie monete locali o rafforzando un regime di protezionismo autarchico, farà sognare chi da questa crisi ne è uscito con le ossa rotte, ma non è il vero antidoto alle difficili sfide globali del capitalismo del Ventunesimo secolo. 



 


 

venerdì 13 marzo 2015

Filippo Taddei (PD): "Il Jobs Act è una scommessa intelligente"




Mercoledì 11 marzo si è svolto a Perugia, nella Sala "Falcone-Borsellino" del Palazzo della Provincia, un incontro organizzato dal PD Umbro con ospite l'economista Filippo Taddei, per spiegare i contenuti della riforma del Jobs Act.
Dopo una breve presentazione del segretario regionale del Partito Democratico umbro Giacomo Leonelli, che fa gli onori di casa, interviene la responsabile del Dipartimento Lavoro che ha organizzato l'evento, Serena Santagata: "Siamo qui perchè la politica deve essere un servizio e deve dare un'informazione".
"Ogni riforma deve essere un'occasione per mettere al centro la persona del lavoratore, serve una nuova visione, nuovi strumenti al passo con i tempi che seguano i cambiamenti economici", ammette che si tratta di "una riforma non completa, perfettibile e non perfetta" ma riafferma con decisione che "L'intento non è liberalizzare i licenziamenti ma recuperare le fasce dimenticate: giovani, inattivi e over 50"
Prima di concludere il suo intervento ricorda come in Italia ci sia (non certo da oggi) "un problema di circolazione di informazioni distorte ed una forte mancanza di informazione corretta".
Un difetto che Filippo Taddei cerca di correggere nel suo intervento a braccio, con un ritmo molto veloce ed a volte scadenzato. 
Parte con una premessa quasi "filosofica": "In generale la politica economica del Pd è una grande trasformazione del sistema industriale", ricorda come "L'Italia non è stata in grado di cambiare nel periodo 2000-2007, prima della crisi non abbiamo sfruttato il dividendo dell'ingresso in Europa. L'arrivo della recessione non ha fatto che accelerare la debolezza infrastrutturale. Abbiamo saltato 6 anni di investimenti, un ciclo intero, perdendo circa 80 miliardi all'anno"
Fatta la breve diagnosi al malato si domanda: "Qual'è la soluzione? Quale molla possiamo usare per attrarre investimenti?"
Pone così l'accento sull'importanza del "capitale umano": "Le economie avanzate competono non solo sull'innovazione e la trasformazione di nuovi prodotti, ma sulla capacità di gestione della tecnologia. Noi abbiamo un enorme bagaglio di competenze e qualità del capitale umano (cita l'esempio dello stabilimento Philip Morris in Emilia Romagna, ndr) ma dobbiamo ragionare sul mercato del lavoro. Abbiamo depauperato le competenze delle persone, e scaricato il peso della crisi del cambiamento solo su alcuni. L'iniquità di oggi ha a che vedere con la mancanza di riforme. Abbiamo così creato la categoria della para-subordinazione: i quasi-dipendenti o quasi-autonomi, un mezzo milione di italiani con quasi tutele. Tutte persone nella stessa condizione ma in modi diversi". Il ragionamento di fondo è che solo il lavoro stabile e duraturo può consentire al lavoratore di affermare ed "affinare" nel tempo le proprie competenze professionali.
E si arriva così all'obiettivo prioritario del Jobs Act: "Vogliamo rendere per le imprese più conveniente assumere a tempo indeterminato che a tempo determinato tramite il rapporto a tutele crescenti e le agevolazioni fiscali, favorendo l'ingresso dei lavoratori precari in lavori più stabili. Inoltre introducendo l'indennizzo per i licenziamenti ingiustificati vogliamo una condivisione del rischio tra lavoratore ed imprenditore".
In sostanza, la riforma del mercato del lavoro targata Renzi, "è studiata per il settore privato e non per il pubblico impiego. Cambiamo però il paradigma, ovvero non impostiamo la politica sulle sanzioni ma sugli incentivi: premiamo le aziende che generano lavoro stabile", e collega il Jobs Act al recentissimo decreto sugli investimenti con interventi programmati sulle Start-Up e le aziende innovative.
Finalmente, si direbbe, "a sinistra" sembra prevalere una concezione dell'impresa più moderna e sensibile anche alle ragioni dell'imprenditore, non più etichettato come il padrone spietato e cattivo, e questa svolta più liberale e "business friendly" è sicuramente un merito del nuovo corso renziano all'interno del Partito Democratico. 
Infine Taddei riconosce che il Jobs Act "è una scommessa, non una certezza", però "è una scommessa intelligente basata sul ragionamento e l'analisi della realtà".
A fine intervento arrivano puntuali ed incalzanti le domande degli ospiti in sala, tra sindacalisti, imprenditori e semplici cittadini-lavoratori.
Il segretario regionale della Cisl accusa il Jobs Act di "monetizzare il lavoratore" e Taddei risponde senza mezzi termini: "In passato e fino ad ora cosa è stato fatto? Non si è neanche monetizzato il lavoro perchè il lavoratore valeva quasi zero", per cui "qual'è l'alternativa?".
Ovviamente in questo singolo incontro non è stato possibile entrare nel merito di altri temi di una riforma comunque ricca e complessa. Basti pensare all'introduzione della nuova Aspi, ai licenziamenti collettivi, il demansionamento, la formazione professionale, i voucher, le politiche "attive" per il lavoro. 
Tutti argomenti che Libero Mercato affronterà in un'altra sede, per il resto ci affidiamo ad una massima di Deng Xiaoping, storico dirigente del Partito Comunista cinese: "La pratica è l'unico criterio per mettere alla prova la verità".
Vedremo nei prossimi mesi quali saranno dunque gli effetti concreti del Jobs Act sul mercato del lavoro e se questo aiuterà realmente le imprese ad assumere e migliorare la qualità dei contratti, fermo restando che, come non ci stancheremo mai di ripetere, il vero lavoro lo può creare solo la crescita economica e la ripresa della produttività industriale.






giovedì 29 gennaio 2015

Il Partito nel Partito: l'eterna sindrome del Pd



Di Giuseppe Faragò

L'approvazione al Senato della legge elettorale, che torna ora alla Camera, registra diversi malumori all'interno del Pd, dove 26 senatori non hanno votato l'Italicum.
Questa volta Forza Italia non è stata determinante, come sull’emendamento Esposito, e per tre voti la maggioranza sarebbe stata autosufficiente nonostante il mancato appoggio dei senatori Pd. 
Si è confermato quindi, come annunciato negli scorsi giorni, che la minoranza del Partito Democratico, in questo caso al Senato, definita da Renzi " un partito nel partito", non ha votato l’Italicum, costruito in un delicato equilibrio con gli alleati delle riforme (Ndc e Forza Italia).
Uno scontro ormai in scena da diversi mesi che rafforza i venti di scissione dentro il Pd e rischia di causare un corto circuito politico in vista dell’elezione del futuro Capo dello Stato. 
Ad accentuare la frattura tra la minoranza dem e il resto del partito democratico, dopo lo scontro sul "Jobs act", è il tanto contestato Italicum, e l'approvazione dei capolista bloccati. 
In questa circostanza è chiaro che, dopo un anno di governo Renzi, dopo mesi di trattative in commissione ed emendamenti in aula, ora non è più tempo di tecnicismi, mediazioni, o continue discussioni sterili. 
Le riforme devono finalmente essere approvate per uscire dalla palude della crisi della rappresentanza, causata in questi anni dal "porcellum", senza errori né incidenti di percorso.
Tra l'altro la contestazione della minoranza appare per certi versi inspiegabile, perchè la riforma elettorale per molti aspetti è in linea con le richieste storiche del Pd: sulle soglie, sulle preferenze, l'alternanza di genere e il doppio turno. Sicuramente non è la legge elettorale migliore del mondo, poichè frutto di un compromesso con Forza Italia, che grazie a Berlusconi ha per adesso ottenuto solo i capolista bloccati nei collegi, comportando la reazione sdegnata della minoranza dem. 
D'altronde Renzi ha sempre detto che le regole del gioco e le riforme si fanno con un consenso più ampio possibile in Parlamento e con chi ha seriamente voglia di portarle a termine. 
Sul fronte dell'opposizione il Movimento 5 Stelle purtroppo da tempo ha deciso di non partecipare alla vita democratica di questo paese, dalla nuova legge elettorale alle riforme costituzionali, fino alle continue giravolte sull' elezione del Presidente della Repubblica.
Resta dunque in vigore il patto del Nazareno tra il premier e il Cavaliere.
Bicameralismo perfettto, riforma del Senato, legge elettorale, taglio delle provincie, riforma della pubblica amministrazione, Jobs Act, ecc.. sono solo alcuni dei provvedimenti portati a casa dal governo Renzi, mentre altri sono in fase di approvazione. 
Sicuramente ci sarebbero margini di miglioramento, come ogni azione umana del resto, ma la novità è che dopo tanti anni di chiacchiere finalmente le cose sembrano indirizzarsi realmente verso un percorso concreto di cambiamento.
Per questo appare puttosto incomprensibile la posizione tenuta dalla minoranza del Partito Democratico, che ad ogni passaggio parlamentare ha tenuto un atteggiamento più da movimento di opposizione che come componente essenziale ed integrante della maggioranza di governo. Un partito nel partito.
Ma alla base di questo scontro c'è proprio una diversa visione delle strategie politiche, della società italiana, delle misure anticrisi, delle riforme, dell'approccio al mondo del lavoro, come dimostra anche l'ammiccamento continuo alla Cgil o alla Fiom di Landini, o la rocambolesca vicenda di Cofferati, la cui candidatura in Liguria a tanti è sembrato più l'ennesimo tentativo da parte della minoranza dem di creare un nuovo laboratorio politico, proprio in quella regione, per riprendere in qualche modo le redini del partito e spezzare così il dialogo con il centrodestra. 
Adesso la partita tra Renzi e la minoranza del Pd si è spostatata sul fronte dell'elezione del Capo dello Stato, anche qui si spera che possa prevalere la ragionevolezza e si possa trovaro un candidato unitario, per evitare la brutta figura che fece il Pd nel 2013, dove "i 101 franchi tiratori" impedirono l'elezione di Romano Prodi. 
Se l'esperienza e gli errori del passato insegnano ancora qualcosa, i vari Cuperlo, Fassina e Civati dovrebbero tenerlo bene in considerazione.
Per il resto il dialogo e le alleanze su certi provvedimenti tra schieramenti opposti esiste in tutte le democrazie occidentali mature, compreso la Grecia, dove Tsipras, pur vincendo l'elezioni, è stata costretta ad allearsi con "i greci indipendenti", una formazione di destra.