Economia, Finanza e Personal Business

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domenica 31 ottobre 2010

I veri problemi del sistema Italia


Da mesi si discute fino allo svinimento su argomenti di sicuro interesse mondano (la vicenda Ruby, Noemi, D'Addario), e di squisito valore politico (riforma della legge elettorale) per chiudere con l'immancabile crisi di governo, che arriva all'indomani di in una lunga instabilità finanziaria e con il rischio di un prossimo imminente tracollo di Irlanda, Spagna e Portogallo.
Quasi assente dai media i problemi di natura economica, che negli altri paesi, occidentali e non, solitamente infiammano le campagni elettorali, sono in cima alle preoccupazioni dei cittadini e restano le priorità della classe politica.
In Italia quasi tutto si sa sul "bunga bunga" e l'età anagrafica di una ballerina marocchina, ma poco si discute sui gap infrastrutturali e di sistema che impediscono al paese di progredire e avviarsi verso un orizzonte di crescita e di ripresa produttiva.
Alcuni semplici dati possono chiarire la situazione stagnante del Sistema Italia e i problemi di cui tutti, e soprattutto la classe dirigente, dovremmo seriamente occuparci, come da mesi si ostina a ripetere il Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, quando annuncia "Il paese è paralizzato, l'esecutivo riprenda un'agenda di riforme vere".
Ne elenchiamo alcune.



OSTACOLI ALLA COMPETITIVITA'


Durante un recente convegno di giovani imprenditori a Capri, l'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni, ha citato a memoria i tassi di assenteismo negli impianti di raffinazione: "In Baviera e Repubblica Ceca sono il 2%, a Gela e Taranto il 10%", ricordando che un investitore straniero è disincentivato a venire in Italia.
Sempre Scaroni aggiunge: "Pensate a Porto Marghera, era un polo chimico straordinario", abbandonato progressivamente dalle grandi compagnie come Royal, Bp, Shell e Chemical.
Giorgio Squinzi, titolare della Mapei (azienda leader mondiale nei prodotti per l'edilizia, adesivi e sigillanti, nb) e presidente di Federchimica, ricorda che "una multinazionale come Ineos ha impiegato 8 anni per ottenere l'autorizzazione per un investimento. Alla conclusione dell'iter aveva già deciso di dismettere".
"Da noi - ha ribadito Squinzi - per la valutazione di un impatto ambientale servono 3 anni, in Canton Ticino bastano 60 giorni".
Il raffronto con il resto del mondo è impietoso.
Ricorda Antonio D'Amato, presidente di Confindustria dal 2000 al 2004 e attuale titolare della Seda (specializzata nel packaging): "Per un nostro investimento negli Usa, i singoli Stati si sono messi in competizione, alla fine l'abbiamo fatto nel Wisconsin".
Al convegno di Capri è intervenuto anche il presidente dell'Antitrust Antonio Catricalà, riferendosi alla direttiva europea che impone il pagamento delle fatture entro 30 giorni: "Dateci la possibilità di attivare la class action contro le pubbliche amministrazioni che non pagano, con la rimozione del dirigente che ne è responsabile".
Uno stallo, quello dei pagamenti in ritardo della pubblica amministrazione, che penalizza soprattutto le piccole e medie imprese, il settore propulsivo dell'economia italiana.

I TRASPORTI

Un altro pesante ostacolo allo sviluppo competitivo del Sistema Italia è rappresentato dalla situazione disastrosa dei trasporti e della logistica.
Il 90% del trasporto merci nel nostro paese viaggia ancora su strada, mentre solo il 9,4% dei prodotti viene trasportato su rotaia, contro l'11,2% dell'Inghilterra, il 14,4% della Francia ed il 20,7% della Germania, con una media in Europa intorno al 17%.
Nonostante questo la situazione delle nostre strade e autostrade è al limite del collasso, con continue code, disagi ed imbottigliamenti che ritardano notevolmente il trasporto delle merci.
Un gap logistico che costa al sistema industriale circa 40 miliardi di euro l'anno e spesso non riguarda solo un problema di grosse infrastrutture, ma la necessità di realizzare piccole opere sulle reti minori e "sull'ultimo miglio", come svincoli, raccordi, rotatorie, bretelle di accesso ad autostrade e tangenziali, i cui lavori sono lenti o bloccati.
La sostanziale paralisi infrastrutturali colpisce notevolmente il Nord, la locomotiva del paese.
La lunga lista dei progetti prioritari da ultimare è nota ma nessun governo è riuscito seriamente a farsene carico.
C'è il corridoio 5 Transpadano, basato sulla linea ferroviaria ad alta velocità Lione-Torino-Milano-Trieste-Lubiana-Budapest-confine ucraino, ci sono le nuove autostrade come la Pedemontana piemontese, lombarda e veneta, il corridoio 24 dei "due mari" (collegamento ferroviario tra gli scali marittimi di Rotterdam e Anversa con il porto di Genova, passando per il tunnel del Gottardo), il corridoio 1 che prevede il collegamento su rotaia tra Berlino e Palermo ed il potenziamento del tunnel del Brennero.

MANCANO I SOLDI


Gran parte di questi interventi prioritari non decollano, soprattutto per mancanza adeguata di copertura dei fondi: su 110,4 miliardi necessari alla realizzazione ne sono disponibili solo 39,1, con un fabbisogno residuo di ben 71,6 miliardi.
Anche le polemiche e le beghe con le popolazioni locali hanno il loro peso, come il caso della Torino-Lione, ancora in fase di stallo, a parte un avvio del tunnel esplorativo nella sezione francese. Su questa opera, strategica nel quadro dei collegamenti europei, la Ue è stata chiara: "O partite in tempi rapidi con i lavori, oppure taglieremo i fondi".









martedì 5 ottobre 2010

IL FUTURO DELL'ACQUA TRA PUBBLICO E PRIVATO



Libero Mercato si è già occupato in passato degli
sprechi nell'erogazione pubblica dell'acqua. In questi giorni uno studio commissionato dal Censis, che sarà presentato all'11° incontro finanziario dell'autonomia locale organizzato da Dexia Crediop, segnala il problema di un paese in cui il 65% dell'acqua erogata risulta ancora dispersa in rete o non fatturata.
Analizzando i dati emerge una realtà preoccupante, ed i passi in avanti sono pressochè insufficienti. Se nel 1999 per prelevare 100 litri d'acqua era necessario erogarne 168, dieci anni dopo ne servono ancora 165.
La situazione è migliorata al Sud anche se il contesto resta drammatico: sempre nel 1999 servivano 216 litri erogati per prelevarne 100, scesi a 198 nel 2009.
Le dispersioni restano comunque stabili e in sintesi su una media di 165 litri immessi, 47 se ne vanno per la rete e 18 non vengono fatturati per abusivismo.
Per risolvere il problema, il direttore del Censis Giuseppe Roma invita ad evitare gli acerrimi conflitti ideologici tra sostenitori dell'acqua pubblica e privata, una contrapposizione giudicata "impoverente", e concentrare gli sforzi in una seria programmazione degli investimenti in manutenzione e realizzazioni di impianti, soprattutto di depurazione.
L'Istituto di Ricera nega dunque che la soluzione delle problematiche nel settore idrico sia da ricercare principalmente nella modalità di gestione.
Anche perchè, sottolinea Roma, "l'acqua è sempre un bene pubblico e le gestioni devono essere comunque di natura imprenditoriale, indifferentemente che siano affidate ad aziende pubbliche o private".

Nel documento finale del Censis, intitolato
"L'acqua tra responsabilità pubbliche, investimenti e gestioni economiche", si stigmatizza appunto l'acuirsi del conflitto tra due visioni pregiudiziali sul ruolo del settore idrico in Italia: "Non sono la logica della concorrenza, quella della gara, o la semplice presenza dell'azionista privato che introducono automaticamente efficienza nel sistema. Servono piuttosto misurazioni attendibili dei risultati raggiunti dalle diverse gestioni, certificati da soggetti pubblici forti ed autorevoli. Servono procedure codificate di benchmarking che consentano di definire gli standard di qualità a cui i gestori devono attenersi, siano essi pubblici o privati, individuati con gare o con altri meccanismi".
Riuscirà il nostro paese ad uscire dalla logica logorante del conflitto permanente, anche sul tema dell'acqua, per programmare in modo coeso una serie di riforme essenziali e utili allo sviluppo ed al futuro dei cittadini?