Economia, Finanza e Personal Business

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mercoledì 27 aprile 2011

Lactalis spiazza tutti e lancia l'Opa

















E' forse l'atto finale, o l'inizio di una nuova fase, dell'intensa vicenda Parmalat-Lactalis, che Libero Mercato ha seguito da vicino nelle ultime settimane: il lancio ufficiale dell'Opa da parte della multinazionale francese per rilevare il restante 71% dopo il 29% già conquistato a marzo.
L'offerta è di 2,6 euro per ciascuna azione e sarà lanciata materialmente dalla Sofil, società di diritto francese che fa capo alla famiglia Besnier, proprietari di Lactalis, fino a un controvalore massimo di 3,4 miliardi, finanziata interamente a debito con un prestito organizzato da Crèdit Agricole, Hsbc France, Natixis e Sociètè Gènèrale.
La Borsa ci crede e martedì il titolo Parmalat ha avuto un balzo del 10,73%.
L'Opa sarà probabilmente conclusa in tempo per l'assemblea degli azionisti, riconvocata dal 25 al 27 giugno. Alla comunicazione iniziale, giunta martedì deve far seguito il formale documento d'offerta, dopo di chè la Consob avrà 15 giorni di tempo per esaminarlo e approvarlo.
Alla base c'è l'interesse industriale di Lactalis di dare vita al primo gruppo lattiero-caseario a livello mondiale, confluendo i 10 miliardi di fatturato del gruppo di Laval con i 4,3 dell'azienda di Collecchio (con un aggregato di oltre 50.000 addetti), impegnandosi a mantenere in Italia la filiera produttiva del latte ed avviare una politica di forte espansione nei mercati emergenti di India, Cina e Brasile attraverso "acquisizioni selezionate o joint venture".
"Abbiamo un progetto ambizioso per Parmalat: farne il gruppo italiano di riferimento nel latte confezionato a livello globale, con sede, organizzazione e testa in Italia" ha sottolineato lo stesso Emmanuel Besnier, il numero uno di Lactalis.

LA DEBOLEZZA DELLA CONTROFFENSIVA ITALIANA

Le ultime parole famose le pronunciò Umberto Bossi il 26 marzo: "Chi ha seguito l'ultimo Consiglio dei Ministri sa che la Parmalat non va ai francesi, ma resta in Italia".
Invece 30 giorni non sono bastati per costruire la famosa cordata italiana che con un'operazione di mercato avrebbe dovuto fronteggiare la rapida avanzata francese e garantire l'italianità dell'azienda di Collecchio.
In prima fila Intesa SanPaolo che ha cercato di coinvolgere la migliore industria italiana o qualche fondo di private equity disposto a lanciarsi nella sfida. Inizialmente si era fatto il nome di Ferrero, uno dei principali gruppi italiani nel mondo, ma che dopo le prime reazioni poco convincenti ha rinunciato del tutto.
In seconda battuta è arrivata Granarolo (di cui la banca di Corrado Passera detiene il 20%) e la Cassa Depositi e Prestiti, che avrebbe però dovuto avviare un operazione dal sapore più finanziario, con l'ingresso nella quota di maggioranza di Intesa, Unicredit, Bnl e Mediobanca, relegando in secondo piano il progetto industriale e quindi la stessa Granarolo che si è sentita estromessa.
Adesso la presunta cordata italiana, ammesso che ci sia, dovrà sborsare almeno 5 miliardi per lanciare una contro-Opa italiana, ma a queste condizioni appare davvero troppo tardi e difficile.
La Parmalat dunque, a meno di improvvisi colpi di scena, è destinata a parlare francese.


martedì 26 aprile 2011

Il nanismo della Borsa italiana



Nonostante i suoi gloriosi 200 anni di storia, la Borsa italiana soffre da sempre di una dolorosa sindrome di nanismo.
Sommando tutte le aziende quotate a Piazza Affari si arriva ad una capitalizzazione pari al 28% del Pil. Basta fare un confronto con la Borsa del Vietnam, che raggiunge quota 36%, e già siamo più piccoli.
Anche i listini dello Sri Lanka, del Perù, della Giordania, di Cipro ci battono.
Persino le quotazioni azionarie di Trinidad Tobago, un palazzo di vetro in mezzo ai Caraibi, pesano sull'economia del proprio paese in proporzione maggiore rispetto all'Italia.
Saremo anche la settima potenza economica mondiale, ma sui mercati finanziari ci riscopriamo ai livelli del Terzo Mondo.
E' anche questo uno dei motivi se le nostre imprese crescono poco e il Pil si muove da decenni a passo di lumaca, come sottolinea l'ex vice-ministro dell'Economia Roberto Pinza: "A frenare lo sviluppo è da un lato la struttura produttiva formata da imprese medio-piccole e dall'altro il debole rapporto con la finanza".
Secondo il Fondo Monetario, il Pil italiano a fine 2010 era pari a poco più di 2mila miliardi di dollari, simile a quella del Brasile.
Con la differenza che la Borsa di San Paolo capitalizza 1.500 miliardi di dollari, quella di Milano appena 570. Non è un caso se il Brasile rientra tra i dinamici paesi emergenti mentre il Bel Paese è uno dei più statici.
Se sui listini azionari siamo nani, non andiamo meglio su quello obbligazionario.
Le società italiane che hanno un rating sono giusto una ventina, di cui quasi la metà ex pubbliche.
I nostri bond aziendali sul mercato ammontano, secondo la banca dati di Dealogic, a 171 miliardi di dollari, pari all'8,4% del Pil, ben inferiore all'11,2% della Thailandia o dal 9,9% del Kazakhstan. Meglio non fare il paragone con Usa, Svizzera e Gran Bretagna.
Vanno un pò meglio le attività di private equity, che pesano per lo 0,33% del Pil a confronto con lo 0,72% della Francia e l'1,05% del Regno Unito.
Insomma il mercato finanziario è pressochè ininfluente per la crescita economica del paese.
Qualcuno potrà obiettare che è meglio così, che la bassa esposizione italiana alla finanza ha permesso al paese di salvarsi dalle devastazioni procurate all'estero. Ci saremo anche ben difesi dalla speculazione, ma ne subiamo gli effetti collaterali nel lungo periodo, in termini di minore crescita economica, di un tessuto produttivo con pochi big players e di un maggiore indebitamento delle nostre imprese.
Secondo una stima di The European House / Ambrosetti, il rapporto tra debito finanziario e patrimonio netto in Italia è pari al 58%, contro una media Ue del 47%.
Il risultato è che da noi le imprese si sono sempre finanziate direttamente in banca, bypassando i mercati finanziari.
E questo non va bene per due validi motivi.
Se arrivasse una crisi creditizia (molto frequenti) le imprese si ritroverebbero in una situazione estremamente complicata, e in secondo luogo, dipendendo dagli approviggionamenti allo sportello, le aziende italiane non possiedono capitale sufficiente e si ritrovano con più debiti.
Inoltre le nuove direttive di Basilea 3 costringeranno le banche ad accantonare maggiore capitale per rafforzare il patrimonio di vigilanza con il rischio di stringere i rubinetti dell'erogazione alle imprese.
Insomma un pò di finanza, se somministrata con le giuste dosi, è necessaria e non può che apportare benefici al sistema economico.

LE CAUSE DEL NANISMO FINANZIARIO

Un'altra ragionevole osservazione potrebbe essere che le frequenti crisi degli ultimi anni e la bassa produttività dell'Italia hanno frenato il ricorso ai mercati finanziari da parte delle imprese, ma bisogna riconoscere che la frequente rinuncia a quotarsi e raccogliere capitali comporta un ostacolo alla crescita delle aziende stesse. E' come un cane che si morde la coda.
Borsa Italiana ha cercato di venire incontro al problema creando due listini ad hoc per le Pmi: il Mac e l'Aim, abbassando i costi di quotazione e riducendo gli obblighi burocratici. Eppure le piccole e medie aziende che hanno approfittato dell'occasione sono ancora poche.
Un motivo potrebbe essere la tradizionale struttura delle aziende italiane, tipicamente a carattere familiare e quindi poco incline ad aprirsi agli investitori esterni che potrebbero influire sulla gestione aziendale di figli e nipoti.
Senza considerare l'impatto dell'evasione fiscale.
Chi ha poi problemi con il Fisco, difficilmente si affaccia sui mercati finanziari.
In tutto ciò il grande assente è sempre uno: lo Stato italiano.
Da anni nel nostro paese non si discute più di rilancio economico e manca un vero piano industriale condiviso, di medio-lungo termine, evitando le classiche toppe e ricette brevi per un ipotetico ritorno elettorale.
Basta considerare che gli interessi dei finanziamenti bancari sono deducibili fiscalmente, mentre non lo sono i costi sostenuti per la collocazione in Borsa, per cui per le aziende è più conveniente indebitarsi che quotarsi sui listini.
Svantaggi fiscali ci sono anche per i mercati obbligazionari: il pagamento degli interessi sui bond emessi da società non quotate in Borsa è soggetto a imposta sostitutiva, per cui per le aziende fuori dai mercati è più difficile emettere obbligazioni.
Basterebbe una politica che si occupasse del problema degli incentivi fiscali e che aiutasse la Borsa, la finanza italiana e le imprese a liberarsi della cronica incapacità di crescere.
Ma questo è un altro discorso.

lunedì 18 aprile 2011

Focus sui mercati



Di Sauro Dozzini, mediatore creditizio

Piazza Affari ha archiviato l'ultima seduta della scorsa settimana poco sotto la parità in una giornata che ha visto i bancari ancora sotto pressione a fronte di qualche spunto positivo sugli industriali come Prysmian e Fiat Industrial.
L'indice FTSE Mib cede un frazionale 0,06%, l'AllShare lo 0,05% e il MidCap lo 0,21%.
Volumi intorno a 2,3 miliardi di euro. In Europa il benchmark FTSEurofirst 300 guadagna un lieve 0,22%, mentre a Wall Street gli indici di borsa sono in leggero terreno positivo.

I buoni dati macroeconomici provenienti dagli Stati Uniti non sembrano toccare più di tanto gli investitori europei, che rimangono preoccupati di fronte l'eventualità di una ristrutturazione del debito greco; i rendimenti dei bond a 10 anni della Grecia salgono al 13,18%, ai massimi storici. Quello irlandese è salito al 9,30% (+33 punti base).
Il nostro Btp si è difeso bene (+1 punto al 4,71%), ma contemporaneamente il denaro è corso sul Bund tedesco il cui rendimento è sceso di 5 punti al 3,37%.
Lo spread Btp/Bund, che due giorni fa vedevamo con soddisfazione a 120 punti base, è schizzato a 135 punti base. Record anche per quelli portoghesi all'8,82%. L'euro è invariato nei confronti del dollaro a 1,4420.
Partito debole, il petrolio è in rialzo: il Wti è scambiato a 109,2 dollari il barile (+1%).
Nuovo massimo storico per l'oro, che tratta a 1484 dollari l'oncia e nuovo record degli ultimi 30 anni per l'argento a 43,7 dollari.
Le banche europee soffrono di un attegiamento cauto del mercato per la ripresa dei timori debito della zona euro dopo il declassamento dell'Irlanda da parte di Moody's, a cui si aggiungono i deludenti risultati trimestrali del colosso Usa Bank of America (BAC.N).
A Milano il migliore titolo del paniere principale è FIAT INDUSTRIAL (+3,19%) sulla scorta dei commenti positivi dei broker in vista dei risultati del 21 aprile.
Il listino trova sostegno anche dalle prestazioni positive degli energetici con ENEL GREEN POWER la migliore (+1,1%) e telefonici (TELECOM ITALIA (TIT.MI) +0,56%).

A guidare la discesa dei titoli bancari è ancora una volta POPOLARE MILANO (PMI.MI) (-2,36%) sulle ipotesi di aumento di capitale che, dopo la 'moral suasion' di Bankitalia, dovrebbe essere affrontato nel Cda di martedì prossimo.
Nel resto del comparto INTESA SANPAOLO (ISP.MI) perde l'1,73%, seguita da MPS (BMPS.MI), UBI (UBI.MI), BANCO POPOLARE (BP.MI) e MEDIOBANCA (MB.MI) con cali attorno all'1%.
In evidenza anche LUXOTTICA (LUX.MI), in progresso di un punto percentuale circa, con Barclays che in uno studio sul settore del lusso in Europa ha ritoccato al rialzo il target price a 24 da 23,5 euro confermando "equal-weight".
Il broker giustifica il nuovo prezzo obiettivo con la ripresa del ciclo in Usa che per il gruppo italiano conta per il 60% della vendite e stima forti risultati del primo trimestre attesi per il prossimo 28 aprile.

Marcia indietro di Seat (PG.MI) -12% dopo il prodigioso balzo di ieri (+25%).

venerdì 15 aprile 2011

La svolta anti-nucleare della Germania



Sull'onda emotiva della tragedia giapponese, la Germania fa dietrofront sul nucleare e si prepara a varare entro giugno un nuovo piano energetico che valorizzerà l'utilizzo di energie alternative.
Sono trascorsi solo pochi mesi dall'annuncio della cancelliera Angela Merkel di prolungare di 12 anni l'utilizzo delle centrali atomiche (la Germania ne possiede 17 in tutto).
Eppure, dopo il terremoto e l'incidente di Fukushima, la classe politica tedesca cambia direzione e ricerca nuove soluzioni praticabili economicamente e apprezzabili agli occhi dell'opinione pubblica.
In un rapporto ufficiale, il governo democristiano-liberale evidenzia la necessità di costruire nuove reti elettriche per trasportare l'energia prodotta da mulini a vento e pannelli solari, di introdurre nuovi incentivi per la realizzazione di edifici ecologici e di chiedere alla banca pubblica KfW di offrire prestiti agli investitori specializzati nelle rinnovabili.
L'Esecutivo si è dato tre mesi per portare avanti il piano e avviare una fase graduale di abbandono del nucleare.
La svolta "neo-verde" della cancelliera Merkel si è completata con la nomina di un comitato etico rappresentato da scienziati, specialisti del settore, uomini di chiesa e filosofi, che dovrà elaborare un rapporto entro il 27 maggio per annunciare i dettagli del nuovo piano energetico nazionale.

LE REAZIONI E I DUBBI SULL'ABBANDONO DEL NUCLEARE

Il problema è sempre lo stesso: come sostituire l'energia garantita dalle centrali nucleari con una gestione che sia allo stesso tempo rispettosa dell'ambiente, sicura e per quanto possibile poco costosa?
La Germania ricava dall'atomo il 22% dell'elettricità prodotta, rispetto al 16% proveniente da fonti alternative.
Può un paese manifatturiero, con un settore produttivo basato su meccanica, chimica e siderurgia, fare a meno del nucleare senza gravi conseguenze economiche?
E' questo il dubbio che serpeggia, anche perchè secondo il Fraunhofer Institut la scelta di rinunciare al nucleare richiederebbe nuovi investimenti per circa 245 miliardi di euro.
Anche la stessa classe politica non è poi così convinta della svolta ambientalista della Germania: in un'intervista a Die Welt, il ministro delle Finanze Wolfgang Schauble ha affermato: "La domanda è: come si esce dal nucleare in modo accettabile da un punto di vista economico e chi sostiene il costo di un'uscita anticipata, il contribuente o il consumatore?".
Critiche sono giunte anche da alcuni deputati francesi.
In visita a Berlino, Philippe Marini, membro del partito Ump del presidente Nicolas Sarkozy, avverte: "La scelta è stata presa senza consultarci. Provocherà molti problemi a livello europeo e nei rapporti con la Francia".
Jean Arthuis, un ex ministro delle Finanze, ha aggiunto che la decisione tedesca è stata presa "su un'onda emotiva".
I timori di Parigi sono sostanzialmente due: si teme che le preoccupazioni tedesche possano influenzare anche l'opinione pubblica francese (e la Francia, ricordiamo, di centrali ne possiede 58) e, motivo più sostanziale, che la svolta sulle rinnovabili possa rinvigorire la stessa ricerca tedesca, penalizzando le aziende francesi.







mercoledì 13 aprile 2011

Parmalat: in arrivo la cordata italiana



La notizia non è ancora ufficiale, ma si sta delienando la possibile cordata italiana ch dovrebbe contrapporsi ai francesi di Lactalis nel tentativo di scalata alla Parmalat.
Esce dal giro Ferrero (dubbiosa fin dall'inizio), ed entrano in campo le cooperative di allevatori presenti in Granlatte, che ha il controllo di Granarolo (il cui 20% è di Intesa Sanpaolo) e in prima battuta la Legacoop, che però si è successivamente tirata fuori.
Nel frattempo si muovono le banche per studiare i dossier ed individuare una soluzione: in prima fila Intesa, Mediobanca e Unicredit.
Tra le ipotesi si prevede il lancio di un'offerta volontaria sul 60% del capitale di Collecchio, Opa comunque obbligatoria.
Fondamentale, insieme alle mosse del governo italiano sul decreto anti-scalata, è la decisione del Tribunale di Parma che ha respinto l'istanza di Lactalis contro il rinvio al 28 giugno dell'assemblea del cda di Parmalat inizialmente prevista il 14 aprile.
L'azienda francese, con una nota, ha fatto sapere che "è fiduciosa sugli sviluppi della vicenda e continuerà a proporre il proprio piano di sviluppo industriale di lungo periodo, nella convinzione di agire nell'interesse di Parmalat, dei suoi dipendenti e dei suoi stakeholders".
La strategia alternativa italiana consisterebbe nella cessione di Granarolo a Parmalat, da parte di Granlatte, che recuperebbe fino a 500 milioni per finanziare la sua offerta su Collecchio.
Intesa Sanpaolo farebbe confluire non solo il suo 2,2% già in possesso, ma con l'aggiunta di 300 milioni. Mentre Mediobanca e Unicredit si sono dichiarate disponibili a fornire nuovi finanziamenti, a cui si affiancherebbe nella cordata italiana la finanziaria veneta Palladio insieme a Bnl.
A supporto del mondo cooperativo potrebbero inserirsi eventuali nuovi partner per rilevare piccole quote di capitale. Ci sono contatti con Friesland-Campina, gruppo olandese del latte, la brasiliana Lacteos (già interessata da tempo al dossier Collecchio) e il gruppo messicano Ala, per studiare assieme nuove forme di collaborazione nei rispettivi mercati.
Infine, ma non per ultimo, l'intervento del fondo della Cassa Depositi e Prestiti, dopo che il latte è stato inserito nella lista del governo dei settori strategici per l'Italia.
Lactalis per il momento resta a guardare e se la cordata tricolore dovesse materializzarsi avrà la possibilità di cedere pro-quota la propria partecipazione all'eventuale Opa parziale o avviare una trattativa per rivendere il proprio pacchetto alla controparte italiana. Se invece un concorrente non dovesse concretizzarsi, Lactalis tra due mesi potrebbe esprimere la propria maggioranza nel prossimo board di Parmalat.
Il muro italiano cerca di resistere, ma questo non annulla la responsabilità della nostra economia, incapace di fare sistema, debole e facilmente aggredibile all'esterno dalle grandi multinazionali straniere.
Emblematiche le parole di Luciano Sita, ex numero uno di Granarolo e attuale vice-presidente di Nomisma: "La mossa della politica su Parmalat è una pezza per rattoppare un problema in extremis, l'idea della cordata arriva troppo tardi, quando il conto da pagare rischia di essere salatissimo e il risultato addirittura incerto".
In conclusione, "L'Italia paga la miopia della politica e la strutturale debolezza della filiera agroalimentare".






lunedì 11 aprile 2011

La settimana dei mercati



Di Sauro Dozzini (consulente finanziario e mediatore creditizio)

Le Borse europee chiudono una settimana positiva con una seduta di buon rialzo, nella settimana in cui la Bce ha formalizzato l'atteso rialzo del tasso di riferimento sull'euro.
Sull’economia internazionale non ha pesato il nuovo terribile terremoto di giovedi in Giappone, che seppure molto forte (magnitudo 7,4) ha causato danni limitati.
Il ritorno di fiducia ha riguardato soprattutto i titoli delle assicurazioni, con l'indice Stoxx del settore salito in Europa dell'1,8%, e quelli delle materie prime (+1,6%).

A Milano l'indice FtseMib è salito dello 0,5%, Londra +0,5%, Parigi +0,6%, Francoforte +0,5%.
Nel corso della settimana la Borsa di Milano ha guadagnato l'1,8% portando a +11% la performance dall'inizio dell'anno.
L'indice complessivo europeo Stoxx 600 è salito in cinque sedute dello 0,4% e dall'inizio dell'anno segna un progresso del 2%.
A Wall Street gli indici della Borsa americana a metà seduta sono in parità.
Settimana positiva per le banche che, grazie all'incremento del costo del denaro, vedono la possibilità di ampliare lo spread fra tassi attivi e passivi e aumentare il margine di interesse.

In Europa spicca la performance settimanale di IntesaSanpaolo (ISP.MI) +7%, nonostante l'annuncio dell'aumento di capitale da 5 miliardi. Il terremoto ai vertici delle GENERALI (G.MI) che si è esaurito con la nomina di Gabriele Galateri, sposta l'attenzione su MEDIOBANCA (MB.MI) in vista della scadenza del patto di sindacato a fine anno.

Proprio la scommessa di ripercussioni sulla governance di Piazzetta Cuccia spinge il titolo al rialzo ed estende la speculazione su titoli collegati come RCS (RCS.MI) e MEDIOLANUM (MED.MI).

Ricoperture su quasi tutte le banche con MPS (BMPS.MI) positiva con il mercato che attende novità sulle voci di ricapitalizzazione in arrivo.
Volatile INTESA SANPAOLO (ISP.MI) che chiude con segno meno, cedente UNICREDIT (UCG.MI).

Le nuove tensioni sul nucleare favoriscono gli acquisti sui titoli delle energie rinnovabili, tra le quali spicca il rialzo di ENEL GREEN POWER (+4,86%).

Bene ENI (ENI.MI), meglio le società 'collegate' al settore come TENARIS (TEN.MI) e SAIPEM (SPM.MI).

Realizzi sulla galassia Ligresti con la holding PREMAFIN (PF.MI) che cede oltre 5% dopo il balzo seguito al ritorno di fiamma di Groupama.
FONSAI (FSA.MI) segue la scia del settore e sale dell'1,40%.




sabato 9 aprile 2011

Il falso liberismo dei regimi, dal Nord Africa al Medio Oriente



"I componenti del consiglio del Fondo si congratulano per la buona performance macroeconomica della Libia e il progresso nel rafforzare il ruolo del settore privato".
Non è un dispaccio di agenzia di inizio secolo, ma le testuali parole di un rapporto pubblicato il 15 febbraio 2011.
Due settimane dopo, l'apprezzabile regime di Gheddafi si ritrovò i caccia occidentali su Tripoli.
Gli stessi encomiabili riconoscimenti, gli ex funzionari di Fmi e Banca Mondiale li hanno tributati nei confronti della Tunisia di Ben Alì, paese dal quale migliaia di migranti fuggono verso Lampedusa per le disperate condizioni economiche.
E' evidente che i regimi nordafricani, come quelli arabi, cercano di darsi una facciata di credibilità economica, forzando o annunciando riforme strutturali che non vengono mai attuate (e giocando sulla sensibilità credulona degli analisti finanziari).
In Egitto come in Tunisia i salari medi sono 400-500 sterline egiziane, circa 60 euro, molto al di sotto della soglia di sopravvivenza di una famiglia, fissata in circa 1.200 sterline (150 euro).
Sono i motivi economici, insieme alle rivendicazioni politiche, che hanno naturalmente dato il via alla così detta primavera araba, dove i regimi da anni programmano liberalizzazioni di facciata, utili solo a favorire i ristretti gruppi di potere stretti intorno alla famiglia dei rais di turno.
Quando alla fine degli anni Ottanta crollarono gli esperimenti socialnazionali del partito unico (il Baath in Iraq o Il Fronte di Liberazione Nazionale in Algeria) i partiti al governo di Assad in Siria e Mubarak in Egitto si diedero una verniciata ingannevole di capitalismo, con il fine unico di esercitare una stretta politica ed economica sulla società attraverso un imponente apparato di sicurezza composto dai generali dell'esercito e dai servizi segreti.
A tenere in piedi il regime siriano di Bashar Assad, ad esempio, sono gli alti ufficiali di cui l'ha circondato il padre, così può continuare a promettere riforme senza mai attuarle, poichè il sistema autoritario non accetta alcun mutamento.
In Algeria non esiste un vero commercio estero o un mercato interno, ma è tutto controllato dai generali del gas, del petrolio, della farina o delle telecomunicazioni, che distribuiscono appalti e relative tangenti.
Il sistema Nordafricano è lo stesso che vige tra le monarchie nel Golfo, in Marocco o in Giordania, che considerano i rispettivi paesi una proprietà privata della Corona.
In Marocco, il "modernista" Mohammed VI, in una nazione con i salari medi sotto i 1.200 euro, è proprietario dell'80% delle terre arabili e attraverso la sua holding Ona controlla più del 50% del sistema economico e bancario.
Il "comandante dei credenti", discendente del Profeta, dal 2000 al 2009 ha quintuplicato la sua ricchezza, secondo la rivista "Forbes", diventando il più grande imprenditore del paese, con la facoltà di auto-esentarsi dalle tasse fino al 2014.
Fenomenale la ricetta economica di Mubarak di varare anni fa l'aliquota fiscale unica al 20% per i redditi sopra i 15.000 euro: regalino ad un manipolo di miliardari.
Il resto è storia di questi giorni.
Per quanto riguarda il petrolio della Libia, si tende sempre a citare i contratti di Eni e Total, ma si dimentica che delle 15 maggiori concessioni petrolifere ben 11 sono state assegnate a società americane e lo stesso Gheddafi ha investito 33 miliardi di dollari negli Usa.
Adesso i regimi arabi totalitari corrono ai ripari aumentando stipendi pubblici e stanziando sovvenzioni ai poveri per combattere la disoccupazione: l'Arabia Saudita ha promesso un piano sociale da 25,6 miliardi di euro, il Bahrein una sovvenzione di 1.800 euro per famiglia, in Kuwait annunciati aumenti del 150% degli stipendi pubblici, in Siria promesso lo stanziamento di un fondo da 187 milioni di euro per i poveri e via discorrendo con analoghi intenti in Marocco, Giordania, Oman e Yemen.
Tutto nel disperato tentativo di spegnere i focolai di protesta della primavera araba, ma ciò che servirebbe davvero al Medio Oriente è di ricostruire alla radice lo Stato arrugginito, abbattere i monopoli e le rendite di posizione delle elitè al potere, per avviare una vera fase di liberalizzazione del sistema.


mercoledì 6 aprile 2011

La muraglia italiana contro la scalata di Lactalis




Primo punto di svolta per la vicenda Parmalat-Lactalis.
Il colosso alimentare francese ha avviato una serie di riunioni chiave a Parigi per decidere il dà farsi dopo le pesanti contro-mosse del governo italiano.
In sostanza gli ostacoli sono diversi e molteplici.
Parmalat è stata inserita nella lista delle aziende strategiche non cedibili a gruppi stranieri, l'assemblea è stata rinviata di due mesi come previsto, il presidente della Consob ha delineato nuovi poteri per imporre un'Opa anche sotto la soglia del 30%, tutelando le liste di minoranza e limitando i poteri del pacchetto di Lactalis dentro Parmalat.
Per di più è scattata un'indagine delle Agenzie delle Entrate e della Procura di Milano, mentre all'orizzionte, nell'arco dei due mesi che intercorrono dalla prossima assemblea di Parmalat, potrebbe profilarsi la concorrenza della famosa cordata ad hoc per fronteggiare Lactalis.
La scalata insomma sembra gradualmente perdere di efficacia, anche perchè lo stesso governo francese di Sarkozy ha deciso di non appoggiare più l'iniziativa per evitare nuovi crisi diplomatiche con l'Italia.
Un cocktail difficile da digerire che lascia pochi spazi per una manovra offensiva del colosso francese, che potrebbe decidere di sfidare da solo il governo lanciando una clamorosa Opa "anti-italiana" ma che risulterebbe troppo dispendiosa (e comunque non rientrava negli obiettivi iniziali del management del gruppo). Oppure impelagarsi per mesi, e forse per anni, in infinite battaglie legali contro gli amministratori Parmalat, colpevoli di aver rinviato un assemblea?
L'ultima possibilità resta quella di avviare una trattativa con il Governo per uscire dalla partita a testa alta vendendo le sue quote al fondo anti-scalate della Cassa Depositi e Prestiti (finora Lactalis ha messo sul piatto un pacchetto azionario di 1,5 miliardi di euro).
Il messaggio comunque è chiaro: Lactalis non pensi di poter conquistare la società.
La muraglia italiana (corporativismo? protezionismo?) ricorda l'analoga vicenda della spagnola Albertis che tentò di prendersi Autostrade.
All'epoca c'era l'ultimo governo Prodi, ma anche in quell'occasione il fuoco di sbarramento delle istituzioni italiane costrinsero "gli stranieri" a rinunciare alla scalata.


martedì 5 aprile 2011

Google è il re dei marchi globali



L'economia digitale batte quella tradizionale post-fordista e consacra Google come il brand più prezioso del mondo con un valore di quasi 44,3 miliardi di dollari a fronte di una capitalizzazione di borsa di circa 186 miliardi.
Il motore di ricerca di Mountain View scalza nella classifica il colosso della grande distribuzione Wall Mart, che scende al terzo posto.
Medaglia d'argento per Microsoft, con un marchio da oltre 42,8 miliardi di dollari.
La Apple di Steve Jobs si "accontenta" dell'ottavo gradino, ma con un miglioramento di 12 posizioni rispetto all'anno precedente.
E' il risultato di una ricerca 2011 di Brand Finance che ha elencato le 500 multinazionali più importanti del mondo.
Dalla classifica si evince che l'80% dell'incremento complessivo del valore dei marchi proviene dalle prime cento aziende.
Sorprendente la performance del mondo bancario, che dopo la pesante dèbacle dei colossi americani nel 2008 e la generale crisi economica, ha visto aumentare il valore dei propri marchi di circa 139 miliardi di dollari, tanto che gli analisti parlano di "piccola resurrezione".
E il marchio peggiore? Forse Nokia, il colosso finlandese dei telefonini che scende dal 21esimo posto del 2010 ad un magro 94esimo nel 2011.
Un altro dato interessante, che dovrebbe farci riflettere, è l'assenza di brand italiani in pole position ed il generale peggioramento di tutte le loro posizioni.
Nell'elenco di Brand Finance sui "magnifici 500" bisogna attendere il 96esimo posto per trovare un gruppo di casa nostra.
Si tratta di Generali, con un valore del marchio di 9,5 miliardi di dollari, comunque sopra grosse aziende come Boeing (100' posto), Philiphs (103') e Ing (105').
La seconda italiana è Telecom, al 110' posto, mentre in terza posizione si colloca Enel (138' nella classifica generale).
Seguono Unicredit (142') ed Eni (176', che è risalita di ben 74 gradini rispetto al 2010).
Fiat, tra le aziende che probabilmente ha più puntato sul marketing ed il rilancio del brand, è la sesta tra le italiane e la 224esima nel complesso.
Crolla di 103 posizioni l'Agip, mentre la cenerentola di turno è Luxottica, l'ultima delle italiane a brillare (nonostante il patron Del Vecchio sia il secondo uomo più ricco del nostro paese dopo Ferrero).


lunedì 4 aprile 2011

La settimana dei mercati



Di Sauro Dozzini

Settimana chiusa da un seduta positiva a Piazza Affari, grazie al recupero dei bancari e sulla scia dell'andamento dei dati sulla crescita dell'occupazione in America.
Impatto positivo anche per la dichiarazione delle autorità irlandesi che non ci saranno conseguenze negative per gli investitori che hanno in portafoglio titoli di Stato di Dublino.
In America sono stati creati 216mila nuovi posti di lavoro, più dei 190mila previsti in media dagli economisti. Il segnale di un rafforzamento della crescita ha dato una nuova spinta all'insù alle quotazioni delle materie prime e al petrolio, salito dell'1% con il Brent a 118 dollari al barile e il Wti a 107,8 dollari.

La Borsa di Milano è salita dell'1,1% con l'indice FtseMib a quota 21.967, tendenza confermata in tutta Europa: Londra +1,7%, Parigi +1,6%, Francoforte +1,9. Il rialzo è stato guidato dai titoli dell'auto (Stoxx del settore +2,4%) e dai finanziari: le banche sono salite del 2,1% e le assicurazioni del 2,3%.

Istituti di medie dimensioni come POP MILANO, BANCO POPOLARE (BP.MI), UBI (UBI.MI) si sintonizzano al clima più disteso sul settore con rialzi compresi fra 2,19%, 1,43% e 1,41%.

Recupera nel finale anche INTESA SP (ISP.MI) che chiude in crescita dell'1,05%.
Il titolo era arrivato a perdere il 4% con scambi sostenuti dopo aver annunciato in una nota che scioglierà la riserva sul tema di una possibile ricapitalizzazione a valle delle riunioni dei consigli di sorveglianza e di gestione del prossimo 5 aprile. Poco mossa UNICREDIT (UCG.MI) in salita dello 0,17%.

PARMALAT (PLT.MI), volatile nel giorno del cda che ha aggiornato a fine giugno l'assemblea sul rinnovo delle cariche, termina in salita dell'1,18%.

Pesano positivamente sul FtseMib anche gli acquisti sul settore energetico, guidati da ENI (ENI.MI) (+1,85%), dopo la scoperta di petrolio nel Mare di Barents. Bene anche ENEL (ENEL.MI) in salita dell'1,08%.
Tonica TERNA (TRN.MI) in crescita dello 0,83% dopo avere toccato un nuovo massimo dell'anno intraday a 3,42 euro.
Corre ESPRESSO (ES.MI) (+4,6%), bene anche MONDADORI (MN.MI) (+1,45%).

In luce FIAT (F.MI) (+2,66%), bene anche FIAT INDUSTRIAL (+1,58%) a 10,29 euro. I trader segnalano la rottura grafica del titolo a 10,25 che "ha dato spazio al rialzo".