Economia, Finanza e Personal Business

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domenica 19 giugno 2011

I moniti di Moody's danno ragione (in parte) al rigore di Tremonti
















Che anche l'Italia fosse a rischio preda delle speculazioni finanziarie era un sospetto che veleggiava da tempo, anche se il nostro paese è uscito meglio di molti altri rispetto alla crisi internazionale e non ha sofferto l'eccessiva destabilizzazione del sistema bancario.
Nell'ultimo mese però sono accaduti due-tre avvenimenti che potrebbero condizionare la tenuta dei conti pubblici nei prossimi anni.
Il 21 maggio l'agenzia di rating Standard & Poor's ha modificato l'outlook sull'Italia da "stabile" a "negativo", sottolineando "l'incerto impegno politico nelle riforme tese a migliorare la produttività".
Venerdì 17 giugno è la volta di Moody's, l'altra grande agenzia di rating internazionale (la terza è Fitch), che mette sotto osservazione la qualità del debito italiano, annunciando un probabile "downgrade" se le condizioni economiche e lo scenario europeo non dovessero migliorare.
L'agenzia ha 90 giorni di tempo per decidere se ritoccare al ribasso il nostro voto AA2.
Anche negli appunti di Moody's si evidenziano le difficoltà dell'Italia nel portare avanti le necessarie riforme economiche, dagli "ostacoli strutturali di lungo termine allo sviluppo", alla "bassa produttività" a "importanti rigidità sul mercato del lavoro e dei prodotti".
A complicare la situazione l'attuale debolezza della maggioranza: "L'adozione di nuove politiche di bilancio prudenti potrebbe rivelarsi più difficile nel prossimo futuro perchè il consenso elettorale al governo sta indebolendosi".
La vittoria dei Sì al Refendum su acqua e nucleare, oltre a sancire la bocciatura dei provvedimenti del centro-destra, confermerebbe la tradizionale difficoltà dell'Italia a fare le riforme in senso liberale.
Non a caso, per le agenzie di rating le prospettive di crescita nei prossimi anni saranno un "fattore cruciale" per le entrate fiscali ed il raggiungimento dei target di bilancio, soprattutto se accompagnate da adeguati processi di liberalizzazioni tesi a rimuovere le "importanti strozzature strutturali".

LA REAZIONE DEI MERCATI E LE CONSEGUENZE SUI TITOLI DI STATO

I moniti di Standard & Poor's e Moody's, se da una parte danno ragione a Tremonti sull'obiettivo prioritario di contenere il deficit e raggiungere nei prossimi tre anni il pareggio di bilancio, dall'altra pongono l'accento sulle necessità dell'Italia di tornare a crescere.
Nel frattempo arrivano puntuali le reazioni dei mercati, che purtroppo non contribuiscono a rasserenare gli animi.
Mercoledì 15 giugno infatti, il differenziale dei rendimenti dei titoli di Stato italiani rispetto al bund tedesco ha superato per la prima volta da gennaio i 200 punti base, ad indicare un maggiore premio al rischio richiesto dai mercati agli investitori sul debito italiano.
Certo, se facciamo un confronto con gli altri paesi "periferici" nell'Eurozona possiamo consolarci: lo spread richiesto sui titoli irlandesi è di 862 basis point rispetto ai titoli di stato tedeschi, quelli portoghesi di 790 e quelli spagnoli di 280.
Fermo restando una situazione di generale difficoltà (e la settimana prossima vedremo le reazioni dei mercati quando lunedì verranno collocate le aste di Bot e Ctz e martedì di Btp e Cct) la politica di Tremonti è giustamente indirizzata alla correzione dei conti pubblici, con una manovra di 45 miliardi di euro per raggiungere in tre anni il pareggio di bilancio.
Il rigore responsabile del Ministro dell'Economia, nonostante i moniti dei colleghi di maggioranza e di opposizione ad "allargare i cordoni della borsa", ha permesso all'Italia di uscire abbastanza indenne e solida dalle tempeste economiche e finanziarie degli ultimi anni.
Bisogna però ricordare che il debito pubblico ha toccato livelli record (1.868 miliardi) al 120% del Pil, e che solo una rimodulazione delle aliquote fiscali non è sufficiente ad aumentare la produttività generale del paese.
Servono misure urgenti per lo sviluppo, liberali sul fronte dell'economia, per slegarci di tutti i lacci e lacciuoli che ci impediscono di andare avanti.
L'esito però dei referendum, i continui boicottaggi di importanti opere infrastrutturali (Tav, rigassificatori, ecc...) ci ricordano che l'Italia resta fondamentalmente un paese conservatore e statalista.
Basterà per impedirci di crescere?


lunedì 13 giugno 2011

Palle d'acqua: la disinformazione dei referendari



















Adesso che il popolo italiano si è liberamente espresso, sarebbe interessante fare alcune previsioni sulle conseguenze, dirette e non, che il referendum produrrà negli anni a venire.
Un importante punto di partenza è la disinformazione emersa dalla propaganda dei referendari durante la campagna delle ultime settimane, soprattutto sul quesito sull'acqua, dove l'invito a votare è stato massiccio e martellante.

VOTARE AL REFENDUM E' UN DOVERE???

Alcune delle tesi pubblicate sui social networks, erano più o meno basate sul concetto che votare fosse un dovere e chi avesse deciso di astenersi avrebbe commesso addirittura un reato.
In realtà non è proprio così.
Votare è un diritto, sancito dall'articolo 48 della Costituzione, che parla altresì di "dovere civico" (non morale o tanto meno passibile di sanzioni).
Ma è un diritto anche astenersi e decidere liberamente di non votare.
Può valere nel caso di elezioni, qualora non ci fossero schieramenti che ricalchino in pieno le nostre idee politiche (anche se sarebbe meglio votare "turandosi il naso") ma ancora di più vale nel caso dei referendum.
Soprattutto se, come avviene in Italia, si tratta espressamente di referendum abrogrativi, di leggi dunque già varate da un Parlamento e da un governo che ha avuto rappresentanza e legittimità democratica.
In questo caso, gli elettori che volessero mantenere le leggi in vigore hanno una doppia possibilità: votare No ai quesiti che intendono abrograre la norma o astenersi per far fallire il quorum.
Considerato che chi va a votare nella stragrande maggiornaza dei casi si esprime per il Sì, allora ha più senso per un cittadino che la pensa in modo contrario far valere la sua tesi non votando piuttosto che mettendo una crocetta, che avalla comunque il referendum.
Detto questo c'è una norma che prevede che chiunque ricopra una carica pubblica ed invita i cittadini all'astensionismo rischia una pena fino a tre anni di carcere. Proprio come fece Cofferati alla guida della Cgil nel lontano 2002 sul referendum per l'articolo 18.
Allora però, gli indignados di sinistra non fecero tanto rumore.
Invece si attacca Berlusconi solo perchè ha annunciato che non sarebbe andato a votare (esprimendo dunque una normale opinione personale) accusandolo addirittura di invitare indirettamente i suoi elettori all'astensione.
Siamo arrivati al punto che il presidente del Consiglio non è libero di dire quello che farà.
La legge del forcone, insomma.

LA DIFESA DEL MONOPOLIO PUBBLICO

Di panzanate sull'acqua, invece, ne abbiamo sentite parecchie.
Di Pietro si è spinto a dire "Chi non c'avrà i soldi morirà di sete", il buon padre Alex Zanotelli ha scomodato direttamente Dio e la sacralità dell'acqua.
Soprattutto si è parlato molto vagamente di "privatizzazione", coniando slogan e propaganda dai referendari più agguerriti.
Ma che cosa si intende per privatizzazione?
Che l'acqua diventa privata e finisce nelle mani di pochi ricchi che se la possono permettere??
Esattamente il contrario.
Attualmente, con una legge del governo Prodi del 1996 (ministro allora, guarda un pò, Di Pietro) il sistema idrico è gestito in gran parte dal pubblico, le così dette aziende municipalizzate, partecipate con i comuni ed in alcuni casi in una co-gestione mista con i privati.
Il decreto Ronchi del 2008 prevede che le aziende possano concorrere maggiormente alla distribuzione del servizio idrico, gareggiando con le imprese statali.
In pratica l'acqua alla fonte resta un bene comune, gestito dallo Stato, che decide, tramite un normale bando di gara, di affidare la gestione del servizio (non la proprietà del'acqua in sè) a quelle aziende che si dimostrano più solide, affidabili ed efficienti, con una partecipazione minima del 40% del capitale.
Al fine di scongiurare eventuali errori o abusi, è stata varata un Authority ad hoc per controllare e garantire la corretta gestione del servizio.
Se un'azienda dunque, distribuisce male l'acqua, aumenta drasticamente i costi, non ristruttura le reti, può perdere la licenza ed essere sostituita da un'altra.
Il cittadino ha così la possibilità, se dovesse trovarsi male, di cambiare gestore, proprio come avviene da anni nel campo della telefonia (non credo che ad oggi ci siano nostalgici della Sip) o nel settore dell'Energia (grazie alle offerte integrate di Enel, Edison, Eon, ecc...)
Non mi pare si tratti di un furto o di un esproprio della natura.
Tant'è vero che basta analizzare l'attuale sistema, a prevalenza pubblico, dove quasi il 50% dell'acqua viene inutilmente sprecato (il caso clamoroso dell'acquedotto pugliese) e dove le aziende municipalizzate, gestite dai comuni, fanno il bello ed il cattivo tempo, senza che i cittadini abbiano la facoltà di scegliere.
O lo Stato, o muori.
Inoltre c'è chi ha posto dubbi sulla possibilità per le aziende che investono sul settore idrico di ottenere una renumerazione sul capitale investito.
Ora, cosa c'è di più logico e normale se una Spa che decida di lanciarsi in un progetto, quindi sostenendo dei costi non indifferenti, si aspetti perlomeno di ottenere dei profitti?
In un regime di libero mercato è assolutamente salutare, soprattutto se l'azienda in questione vuole mantenersi in vita e continuare ad operare nel settore di competenza.
E' meglio un'azienda che fa utili (che servono a pagare anche i dipendenti o eventualmente ad essere reinvestiti) o si preferisce una municipalizzata che va in rosso e scarica le perdite sul debito di bilancio e quindi sullo Stato, cioè su tutti noi cittadini?
Inoltre il profitto è stato fissato in un 7% lordo massimo (quindi un 5% netto circa), previsto per legge e non soggetto al libero arbitrio delle aziende stesse (evitando così che possano aumentare troppo il prezzo per ottenere più guadagni).
Dunque niente di apocalittico all'orizzonte.
Chi ha davvero a cuore il futuro dell'acqua dovrebbe anzitutto indignarsi per come è stato gestito finora il servizio idrico nazionale e soprattutto dovrebbe chiedersi dove tireremo fuori i circa 60 miliardi (ma qualcuno stima anche di più) necessari nei prossimi 30 anni all'ammodernamento delle infrastrutture.
Lo Stato da solo non può farcela, a meno che non si aumentino tasse e tariffe.
Ma la battaglia dei referendari non era proprio quella di impedire l'accesso ai privati per evitare l'aumento delle bollette???
Altra insanabile contraddizione dei votanti.
Quindi l'acqua, è sì un bene pubblico, ma non è gratis, anzi è un servizio che si paga, e anche caro.
Per quale motivo ci ostiniamo a difendere il monopolio pubblico, quei carrozzoni statali dove i dirigenti vengono spesso scelti per nomina politica o perchè vicini al sindaco di turno?
Sono tutte domande che evidentemente i refendari non si sono posti con adeguata attenzione, preferendo leggere un paio di volantini o accodandosi ai megafoni di giornali trasformati in vere armi di propaganda di massa (alla faccia dell'informazione equilibrata ed indipendente).
O peggio, interpretare il referendum come una semplice spallata a Berlusconi, quando in gioco c'è molto di più, e soprattutto sono temi che riguarderanno il nostro futuro ambientale ed energetico, come sul nucleare, del quale ci occuperemo nella seconda parte.