Economia, Finanza e Personal Business

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lunedì 30 gennaio 2012

I limiti delle agenzie di rating: campanilismo e voti diversi tra loro


Il conflitto d'interessi non è l'unico problema che mina fortemente la credibilità delle agenzie di rating.
Persiste anche un marcato nazionalismo che condiziona non poco il giudizio finale sulla qualità dei debiti sovrani.
Anche se balzano spesso agli onori della cronaca internazionale, i tre big Moody's, Standard&Poor's e Fitch non sono le uniche agenzie presenti sui mercati finanziari. 
Se ne contano a decine sparse per il mondo, alcune francamente "curiose".
Per esempio Kroll Bond Rating, una costola della famosa agenzia di investigazione americana. Sul suo sito internet il motto è chiaro: "A differenza delle altre agenzie, le nostre metodologie di valutazione si basano sulla filosofia dello scetticismo, su sofisticati modelli, su una diligente attività di investigazione". C'è proprio da fidarsi! 
Non è da meno A.M. Best, che in sintonia con il proprio nome si presenta con "I migliori rating e le migliori analisi".
Peccato che questi giudizi universali spesso variano da agenzia ad agenzia e soprattutto a seconda dei paesi ai quali appartengono, che ricevono rating più benevoli rispetto ad altri.
L'agenzia cinese Dagong per esempio, assegna una patriottica "Tripla A" alla Cina, che agli occhi degli analisti locali è solida come una roccia. 
Meno forti invece sono considerati gli Stati Uniti, che si beccano una misera "A" con prospettive negative, ovvero cinque gradini in meno.
Si dirà: gli Stati Uniti hanno un debito pari al 100% del Pil!
Eppure per l'americana Moody's questo non conta. 
L'agenzia quotata a Wall Street restituisce il favore alla collega cinese: "Tripla A" agli Stati Uniti (seppur con outlook negativo) e una più modesta "Aa3" al gigante asiatico (tre gradini in meno). 
Standard&Poor's invece ha avuto il coraggio di bocciare la madrepatria con un secco "AA+" rifilando un "AA-" alla Cina. 
Anche i giapponesi non scherzano quando si tratta di campanilismo ed esaltazione delle virtù nazionali. 
Indovinate quale giudizio emette la giapponese Japan Credit Rating al Giappone? Ovviamente una "Tripla A"!
Chi se ne frega se il suo paese ha un debito pari al 233% del Pil (stime del Fondo Monetario Internazionale)! 
Piuttosto benevoli sono anche con l'Italia (debito al 120% del Pil) con una più rassicurante AA (S&P di recente ci ha declassati a BBB+). 
Più cauta l'altra agenzia giapponese R&I, che affida al suo Stato una "AA+", ma si scaglia contro la Cina, valutata solo "A+". 
Non solo campanilismo. Le decine di agenzie di rating sparse per il mondo, litigano anche quando valutano un altro paese.
Per l'Italia, ad esempio, vengono assegnati cinque voti diversi. 
La più severa è sempre la cinese Dagong, che ci assegna "BBB" con outlook negativo, 2 passetti dal giudizio "speculativo". In sintonia con gli americani di S&P che di recente hanno declassato il Bel Paese a "BBB+".
Invece Fitch e DBRS sono più benevoli con l'Italia, tenendoci ancora in serie A... 
Anche la Spagna, su 7 agenzie, ha 5 rating diversi.
In fondo ognuna ha i suoi metodi di valutazione, al quale si potrebbe aggiungere una certa "differenza culturale" tra gli analisti della Cina o dell'Europa. 
Ma la spiegazione è anche un'altra: le agenzie vengono pagate in gran parte dalle società che devono valutare e in parte minore dal mercato. Poche agenzie vengono retribuite esclusivamente dal mercato, per esempio l'americana Egan-Jones. 
Diversi committenti che possono generare diverse "visioni". 
La domanda finale è sempre la stessa: è possibile che i mercati finanziari e l'intera industria del risparmio basano le loro strategie di investimento in gran parte sui ratingAnzi, soprattutto su solo 3 agenzie rispetto alle decine sparse nel mondo? 
Se magari ci affrettassimo a creare un'agenzie europea, forse l'Italia si potrà assicurare una splendente Tripla A. 
Se la sede ufficiale sarà a Milano... 




venerdì 20 gennaio 2012

I big del rating: profitti miliardari e conflitti d'interesse


Il rating, si sa, può fare molto male a chi lo subisce e rende ricco chi lo emette. 
Può causare grosse difficoltà ad alcuni paesi facendo lievitare il costo del loro debito e remunera profumatamente i soloni in cattedra che bacchettano a piene mani banche, governi e imprese. 
E' questo il quadro, impietoso, che domina ormai il mercato finanziario globale.
Le tre più importanti agenzie di rating internazionali, Standard&Poor's, Moody's e Fitch, producono insieme utili netti per circa un miliardo di dollari, ogni anno.
Non c'è crisi che possa scalfire i lauti profitti di Moody's (508 milioni nel solo 2010) o di S&P (almeno 300 milioni). 
Una volta c'erano le "sette sorelle del petrolio", oggi i dominus dell'economia sono le "tre sorelle del rating", che insieme con i loro giudizi decidono le sorti dei mercati finanziari influenzando le decisioni di milioni di investitori e muovendo ingenti quantità di capitali. 
ll loro business, dare i voti, è una vera gallina dalle uova d'oro.
Nei primi nove mesi del 2011 Standard&Poor's ha realizzato 1,33 miliardi di dollari di ricavi, un buon +9% rispetto all'anno precedente, Moody's cresce ancora di più (1,71 miliardi di dollari nei primi 9 mesi del 2011, +17% rispetto al 2010). 
Fitch invece ha archiviato i conti 2011 con 666 milioni di dollari di profitti. Insieme i tre big del rating fatturano quasi 4,4 miliardi di dollari, guadagnandone almeno uno. 
Anche la performance in Borsa è più che positiva: Moody's ad esempio è salita del 52% negli ultimi 2 anni e capitalizza quasi 4 volte i suoi ricavi. 
Trovare nel mondo aziende così solide in piena crisi mondiale, è davvero un lusso. 

CONFLITTI D'INTERESSE 

Capitan World Investment è una delle maggiori società di gestione del risparmio americane ed è il primo azionista di Standard&Poor's (detiene il 10,26%) ed il secondo maggiore socio di Moody's (12,60%). 
Entrambi le agenzie di rating sono concorrenti sul mercato, ma per CWI questo non importa: ha comprato 28 milioni di azioni della prima e 30 milioni della seconda. Nel dubbio, meglio puntare su entrambi. 
La pensano allo stesso modo Vanguard Group, i fondi Blackrock (primo gestore mondiale nell'asset management), State Street e molti altri grandi investitori che figurano tra i principali azionisti di Moody's e S&P. 
Si dirà: questi big della finanza basano poi le loro decisioni di investimento sui giudizi di quelle stesse agenzie di rating di cui sono corposi azionisti. 
Il sospetto di un conflitto di interessi è più che legittimo.
Non a caso, il commissario agli affari economici Olli Rehn ha espresso forti critiche al sistema attuale: "Le agenzie di rating non sono arbitri oggettivi o istituti di ricerca imparziali, ma hanno i loro interessi, giocano molto secondo le regole del capitalismo finanziario americano", aggiungendo che molti investitori hanno guadagnato bene grazie alla "destabilizzazione" dell'euro. 
Insomma Moody's, S&P e Fitch sono pagati dalle stesse società che devono valutare (i giudizi troppo benevoli sui mutui americani cartolarizzati, allo scopo di "coltivare" nuovi clienti, è un esempio storico lampante).
Questo conflitto è stato sollevato lo scorso settembre anche dalla Sec, l'Autorità di Vigilanza Usa. 
Quei voti che le sorelle del rating assegnano condizionano le politiche di investimento di tutti i fondi del mondo, creando una serie di effetti a catena. 
Anche perchè alcuni fondi sono vincolati da un importante clausola nel mandato: possono comprare solo obbligazioni con un rating superiore alla "Tripla B". Quando un bond viene declassato e scende sotto quella soglia il gestore è costretto a venderlo.
La domanda cruciale è: la colpa è delle agenzie di rating, agenzie private che valutano anche i debiti sovrani degli Stati, o di tutto il mondo finanziario che usa il rating come parametro principale per decidere cosa comprare e cosa vendere?
E' da quì che bisogna partire per ripensare l'intera struttura del sistema. 







martedì 17 gennaio 2012

Ferrovie, Poste e banche: le liberalizzazioni del governo (seconda parte)

Nell'articolo precedente ci siamo occupati dell'intervento del governo Monti nel settore dell'energia e dei taxi. 
In questa seconda parte elenchiamo in sintesi le novità che potrebbero essere introdotte sul fronte bancario/postale e nel trasporto ferroviario. 

FERROVIE 


Le liberalizzazioni riguarderanno due fronti: i servizi di trasporto pendolari (regionali) e l'accesso alla rete. Il governo intende cancellare le norme che prorogano il regime di monopolio di Fs nelle regioni per passare ad un sistema di gare. In particolare andrebbe eliminato l'articolo che rinnova il contratto di servizio di Trenitalia con le regioni per sei anni senza gara e la norma che esclude il trasporto ferroviario regionale dalla disciplina generale dei servizi pubblici locali. 
Il secondo aspetto riguarda la separazione proprietaria di Rfi (Rete Ferroviaria Italiana) da Trenitalia, un "pallino" di Antonio Catricalà fin da quando era presidente dell'Antitrust e che vorrebbe riproporre ora in qualità di sottosegretario alla presidenza del Consiglio. 

I vantaggi: con l'obbligo di mettere in gara i servizi regionali arriveranno operatori privati e stranieri in regime di concorrenza. 

La difesa delle categorie: le carenze di offerta per i pendolari dipendono dai contratti stipulati da Ferrovie dello Stato e Regioni. Sarebbero quest'ultime a comprare servizi insufficienti. Per garantire infine l'accesso alla rete non serve lo scorporo ma sono sufficienti le regole e l'Autorità. 

POSTE 


Il punto di riferimento da cui partire è l'Inghilterra, dove l'ex monopolista Royal Mail ha diminuito di oltre il 40% le quote di mercato, mentre più bassi sono i parametri in Svezia, Finlandia e Olanda. 
Tra le idee in discussione c'è lo scorporo di Banco Posta da Poste Italiane. Contro questa ipotesi si è espresso il sindacato Slc-Cgil: "Rischia di mettere in discussione sia l'unitarietà dell'insieme della filiera, ovvero l'intreccio stretto fin qui realizzato tra servizi bancari, assicurativi, commerciali e sistemi di pagamento da una parte, e servizi di logistica e recapito dall'altro, che la sostenibilità del gruppo stesso". 
C'è da aggiungere infine che il settore postale ha beneficiato della terza e ultima tappa della liberalizzazione richiesta dalla Ue con l'approvazione del decreto legislativo che ha recepito la direttiva 2008/6. 

BANCHE 


La prima manovra varata dal Governo Monti ha già stabilito che "è considerata scorretta la pratica commerciale di un istituto di credito o di un intermediario finanziario che ai fini della stipula di un contratto di mutuo obbliga il cliente alla sottoscrizione di una polizza assicurativa erogata dalla medesima banca, istituto o intermediario", fenomeno che è già stato oggetto di una ispezione dell'Isvap. Il Garante della concorrenza ha inoltre suggerito di intervenire sul fronte della trasparenza, correttezza e qualità dell'informazione al cliente. Il consumatore infatti dovrebbe poter conoscere il costo connesso al finanziamento ed alla polizza proposta dalla banca mutuante. 
Il governo pensa dunque di introdurre una norma che dia la possibilità di scegliere quale polizza abbinare a garanzia del proprio mutuo, in modo che non sia per forza ricollegabile al gruppo bancario che lo ha concesso.
Il secondo fronte riguarda la possibilità di introdurre "prezzi massimi/minimi imposti e divieti" sulle commissioni bancomat, su cui le aziende di credito hanno già messo le mani avanti rivendicando l'attuale esistenza di controlli antitrust che dovrebbero bastare. 
Sul fonte assicurativo potrebbe essere ritoccato il meccanismo del risarcimento diretto per l'Rc auto, stabilendo dei tetti ai rimborsi ricevuti dalla compagnia del danneggiato, modulati in funzione degli obiettivi di efficienza delle compagnie.  

I vantaggi: il cliente sarà pienamente informato di costi e provvigioni nel caso in cui volesse stipulare una polizza con la stessa banca mutuante, con il vantaggio di poter confrontare con maggior trasparenza le diverse offerte sul mercato. 

La difesa delle categorie:  Secondo gli istituti di credito la polizza abbinata al mutuo non viene imposta a nessuno ma si tratta di una garanzia sui rischi per il cliente. 


venerdì 13 gennaio 2012

Le liberalizzazioni che servono all'Italia (prima parte)


Dopo la manovra "lacrime e sangue" è arrivato il momento che il governo Monti affronti di petto le misure necessarie alla crescita ed al rilancio economico dell'Italia.
Un paese che ha bisogno urgente di riforme liberali che possano introdurre nuove forme di concorrenza in settori tradizionalmente rigidi e poco sensibili alle modifiche strutturali.
Analizziamo dunque, settore per settore, le misure che potrebbero incidere positivamente sul sistema paese, attualmente inserite nel provvedimento "Cresci-Italia", che dovrebbe essere varato definitivamente tra il 20 e il 23 gennaio. 
Oggi prendiamo in considerazione il settore dell'energia e dei taxi. La seconda parte riguarderà Poste e Ferrovie. 

ENERGIA E CARBURANTI 

Gli interventi dovrebbero riguardare diversi settori: elettricità, gas e carburanti. Per quest'ultimi il governo pensa di recuperare la norma che consentirebbe ai gestori dei punti vendita di carburante al dettaglio di rifornirsi liberamente da qualunque produttore e rivenditore. 
E' prevista l'eliminazione dei vincoli sulla vendita di prodotti "non oil" e una misura per incentivare la diffusione di operatori indipendenti dalle compagnie petrolifere, anche in un'ottica multi-marca, e per la diffusione di impianti completamente automatizzati. 
La terza proposta dovrebbe consentire ai gestori di approvvigionarsi sul mercato in piena libertà, dalle compagnie a una sorta di "borsa" pubblica o un rivenditore all'ingrosso. I benzinai potranno così decidere di acquistare i carburanti (almeno il 20%) presso i grossisti meno cari. 
Infine presso le stazioni sarà anche possibile vendere giornali, tabacchi e altri beni di consumo. 

I vantaggi: Secondo gli esperti, nel medio termine una razionalizzazione della rete dei carburanti può avere un effetto positivo sulla riduzione dei listini (nonostante siano in gran parte condizionata dalla componente fiscale, indipendente dalla liberalizzazione).

La difesa delle categorie: Come per taxi e farmacie non mancano le opposizioni al decreto (ci sono stati colloqui informali tra Claudio De  Vincenti, sottosegretario allo sviluppo economico e rappresentanti dell'Unione petrolifera). Contrario Sergio Gigli, segretario generale Femca-Cisl: "A chi giova una tale liberalizzazione se mette a rischio migliaia di posti di lavoro, indebolisce l'Italia nell'approvvigionamento in un settore strategico e non ha effetto sulla diminuzione del costo dei carburanti?"

TAXI

Le misure previste dal governo prendono spunto dalle indicazioni del presidente dell'Antitrust Giovanni Pitruzzella e puntano sulla rimozione delle restrizioni alla multi-titolarità delle licenze dei taxi.
La seconda proposta intende incentivare l'aumento del numero delle licenze, almeno nelle città dove il servizio risulta più carente, con l'introduzione di adeguati meccanismi "di compensazione" una-tantum per non penalizzare eccessivamente gli attuali titolari. L'Antitrust ha suggerito di assegnare ai tassisti una nuova licenza che potrebbe essere venduta, con l'aggiunta di licenze part-time e maggior flessibilità negli orari. 
Il governo potrebbe anche spingersi oltre, fino all'introduzione di un obbligo come quello, in caso di chiamata telefonica del taxi, di girare la prenotazione alla vettura più vicina al cliente, riducendo così costi e attese. 

I vantaggi: Una maggiore liberalizzazione potrebbe incrementare il numero di taxi in circolazione. Allo stesso tempo una più accentuata competizione migliorerebbe il servizio attraverso innovazioni tecnologiche e riducendo i tempi di attesa.

La difesa delle categorie: Secondo i tassisti, ovunque si è liberalizzato il settore si è verificato un accaparramento delle licenze da parte di chi possiede maggiori disponibilità di capitali, formando così una sorta di oligopolio che striderebbe con un mercato appunto più libero. La controproposta della categoria punta su politiche di miglioramento della fluidità di circolazione dei mezzi pubblici per migliorarne il servizio. 
Dopo le proteste a Termini e Fiumicino, che hanno per l'ennesima volta penalizzato pesantemente i cittadini, il 23 gennaio è stato proclamato lo sciopero nazionale.