Economia, Finanza e Personal Business

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mercoledì 29 febbraio 2012

Positiva l'asta su Bot e Btp: cresce la fiducia sull'Italia


La settimana è iniziata con i migliori auspici per il sistema Italia.

Lunedì l'asta dei Bot (titoli di stato a breve termine) è andata a buon fine, mentre martedì gli investitori hanno nuovamente dirottato gli acquisti sui titoli a medio-lungo termine. 

La domanda di Btp ha abbondantemente superato l'offerta ed i rendimenti sono di nuovo in calo, questo diminuisce l'onere che lo Stato deve sostenere per ripagare gli interessi sul proprio debito. 
I Btp decennali sono stati collocati con un tasso d'interesse lordo del 5,50%, il minimo da agosto e in forte discesa rispetto al 6,08% di fine gennaio. 
I Buoni quinquennali sono stati venduti al 4,19%, minimo da maggio 2011 e in calo rispetto al 5,39% delle aste di fine gennaio. 
Il viceministro dell'economia Vittorio Grilli non nasconde la soddisfazione: "L'andamento delle aste mostra segnali di normalizzazione".
Le cause di queste ripresa della fiducia nel sistema Italia sono diverse.
Prima di tutto il nuovo corso politico del governo Monti che ha permesso in soli tre mesi di ricucire i rapporti con gli alleati europei, attraverso un corposo pacchetto di riforme dure ma necessarie, e una sapiente gestione della diplomazia internazionale e dell'immagine pubblica (il successo dell'incontro con Barack Obama e con la finanza di Wall Street). 
Il secondo aspetto, forse più incisivo, è stata la doppia iniezione di liquidità a 523 banche offerta dalla Banca Centrale Europea, con due maxi operazioni a dicembre (circa 500 miliardi) e quella di oggi (mercoledì) di 529 miliardi alla quale hanno partecipato 800 istituti (per l'Italia sono arrivati 100 miliardi, a cui hanno aderito Intesa San Paolo, Unicredit, Ubi e Banco Popolare). 
L'operazione-prestito della Bce, in gergo LTRO (Long term refinancing operation), dura tre anni con un tasso all'1% (dopo la decisione di Draghi di abbassare i tassi di 0,50 punti percentuali in due tranche). 
A dicembre è servita alle banche in crisi di liquidità per riprendere fiato e operare tramite il "carry trade" sui titoli di stato italiani (prendendo denaro in prestito all'1% e acquistanto Btp al 7-8%, lucrando così sul differenziale di rendimento). 
Un'ondata di acquisti sui titoli italiani (e spagnoli) che è risultata decisiva dopo la valanga di vendite che hanno bersagliato il nostro paese nella seconda metà del 2011, con rendimenti che avevano raggiunto livelli insostenibili. 
Questa nuova tornata di finanziamenti si spera servirà agli istituti non solo per risolvere i loro problemi di liquidità, ma soprattutto per allentare il credit crunch e sostenere maggiormente l'economia reale, ovvero le imprese e le famiglie in difficoltà. 

lunedì 27 febbraio 2012

La settimana dei mercati


Di Sauro Dozzini (Studio di Consulenza Creditizia

La settimana dei mercati ha visto l'indice Dow Jones guadagnare nella giornata di venerdi, la soglia psicologica dei 13mila punti. 
Non accadeva che le blue chip chiudessero sopra questa soglia dal 19 maggio 2008, prima dell'inizio della crisi economica e finanziaria. 
Nello stesso periodo il FTSE IT All Share ha perso molto terreno e i livelli pre-crisi sono ancora lontani. 
Piazza Affari ha concluso con una seduta positiva una settimana il cui bilancio è sostanzialmente piatto. 
L'indice FtseMib è salito oggi dell'1%, Parigi ha guadagnato lo 0,5% e Francoforte lo 0,8%. 
Nel corso della settimana l'indice milanese è sceso complessivamente dello 0,3% e il bilancio dall'inizio dell'anno è un rialzo del 9,2%. 
L'euro è in netto rialzo contro il dollaro, sceso a 1,347 da 1,337 della chiusura di ieri sera. 
In Europa il settore migliore è stato quello dei tech (Stoxx +1,4%), trascinato da Nokia (NOK1V.HE), in rialzo del 5,5%: fra gli investitori monta l'attesa per quanto annuncerà lunedì il presidente Stephen Elop nella conferenza stampa programmata a Barcellona per la giornata inaugurale del Mobile World Congress. StM (STM.MI) +0,8%. 
A Milano la star della giornata è stata Telecom Italia (TIT.MI), salita del 6,8% dopo avere annunciato risultati 2011 in linea con le attese. 
Al mercato è piaciuta la previsione del management di una drastica riduzione del debito grazie anche al taglio dei dividendi. 
Positiva anche la notizia che il Tesoro italiano ha collocato 3 miliardi di euro di Ctz scadenza gennaio 2014, il massimo dell'obiettivo previsto, con rendimento in calo al 3,01% dal 3,76% della precedente emissione. 
La richiesta è stata pari a 1,93 volte l'offerta (1,71 nell'asta precedente). 
Assegnati anche Btp indicizzati 2016 (754 milioni di euro e rendimento al 2,71%) e 2019 (747 milioni di euro con rendimento 2,71%). 
I risultati sono di buon auspicio per l'asta di lunedi. Sul mercato secondario il rendimento del Btp a 2 anni è sceso di 6 punti base al 2,77%, livello che non si vedeva da aprile e lo spread con il Bund tedesco è a 357.
E' stata anche la giornata del recupero delle banche, dopo i ribassi della seduta precedente. Intesa Sanpaolo (ISP.MI) è salita del 2,9%, Unicredit (UCG.MI) +2,2%, Banco Popolare (BP.MI) +0,8%, PopMilano (PMI.MI) +2%. Ubi (UBI.MI) +2,1%,Mediobanca (MB.MI) +2,3%. MontePaschi (BMPS.MI) ha guadagnato l'1,5%.Ancora un balzo per Premafin (PF.MI), salita del 23% dopo essere stata sospesa a lungo.
Buon recupero di Mediaset (MS.MI) +1,9%, premiata dalla promozione di Ubs. 

Le migliori blue chip della settimana: 

MontePaschi +11,9%
Banca Pop.Milano +7,1%
Mediobanca +5,3%
Tod's +4,9%
Telecom Italia +4,5% 

Le peggiori blue chip della settimana: 

Unicredit -7,7%
Autogrill -4,2%
Ubi -4,2%
Azimut -3,9%
Fiat -3,9%.

venerdì 24 febbraio 2012

La "nuova" Cina è pronta per il libero mercato?



Si intitola "Cina 2030", un rapporto analitico sul futuro dell'economia del gigante asiatico, commissionato dal Governo alla Banca Mondiale e al Development Research Center (think tank di area pechinese) di cui il Wall Street Journal ha pubblicato un'anticipazione. 
La crescita tumultuosa degli ultimi anni, che hanno reso la Cina leader tra i così detti paesi emergenti (insieme a India, Brasile, Russia e Sudafrica, ndr) non bastano a giustificare l'enorme macigno che pesa profondamente sul sistema economico locale: la presenza onnicomprensiva dello Stato in tutti i settori strategici: energia, assicurazioni, infrastrutture, banche, alta finanza, immobiliare
Non c'è comparto che non sia saldamente gestito e controllato dallo Stato centrale, che penalizza e soffoca qualsiasi forma di libera concorrenza ed iniziativa privata. 
Un problema che rischia di strangolare la Cina nei prossimi anni, con un taglio drastico del tasso di crescita ed il rischio di una crisi del settore bancario, come rilevato dalla stessa World Bank nel suo rapporto. 
I risultati effettivi della gestione statale non sono poi così incoraggianti, sia sotto il profilo strettamente economico che della governance.
Spesso i grandi gruppi di stato cinesi si trasformano in carrozzoni poco efficienti, con scarsi profitti, trasparenza limitata, dovuta anche ad un intreccio diabolico di partecipazioni incrociate. 
Il massiccio sbarco in Borsa di questi colossi pubblici non ha infine prodotto cambiamenti rilevanti. 
Il problema è proprio a monte e ha radici profonde e lontane. 
I primi "nemici" storici di questa deriva statalista furono il presidente Jiang Zemin ed il premier Zhu Rongji, che sotto la loro guida a metà degli anni novanta, ridimensionarono e smantellarono gran parte dell'industria pubblica inefficiente, concentrata soprattutto nell'area Nordest di Pechino. 
A partire dai primi del Duemila ci fu però un'inversione di rotta, trainata principalmente dal governo attualmente in carica.
Oggi i gruppi di Stato operano nell'oro, godendo di abbondanti linee di credito quasi illimitate, che strozzano invece gli investimenti e la crescita delle imprese private. 
Con l'avvento di una nuova stagione politica si auspica che il trend possa cambiare. 
Tra un anno esatto il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao, dopo un decennio al potere, passeranno il timone per raggiunti limiti d'età. A raccoglierlo saranno probabilmente due uomini di punta della Quinta generazione di comunisti cinesi: Xi Jinping e Li Keqiang, destinati a governare la Cina per i prossimi dieci anni, salvo imprevisti. 
Le prime "indicazioni" su quale potrà essere la "svolta" economica del Dragone provengono dallo stesso presidente della Banca Mondiale Peter Zoellick: "La Cina deve ridurre il ruolo delle aziende di Stato, rompere i monopoli, allargare la proprietà dei gruppi pubblici e abbassare le barriere all'entrata per le imprese private"
Riuscirà la nuova leadership cinese ad avere la forza e la determinazione necessaria per intraprendere un nuovo percorso di riforme in senso liberale? E soprattutto sarà in grado di rivitalizzare un settore privato che comunque, per giro d'affari, rappresenta oltre i due terzi del Pil cinese?
Staremo a vedere.  





giovedì 23 febbraio 2012

Dulbecco: figlio di una nazione dal destino incerto












Pubblichiamo un intervento di Gabriele Pitingolo, giovane ricercatore scientifico del Centro di Biotecnologie A.O.R.N. dell'ospedale Cardarelli di Napoli. 


"L'ingegno e la tenacia dei pioneristici studi del professor Dulbecco sulla lotta contro i tumori e sul genoma umano, nel valergli l'alto riconoscimento del Premio Nobel, testimoniano il potenziale di innovazione della ricerca scientifica e costituiscono uno stimolo affinché il nostro Paese sappia, con coerenza, continuare su questa strada e valorizzare appieno le proprie migliori risorse intellettuali".
Queste parole molto incisive sono state pronunciate dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo la morte dello scienziato a Jolla negli USA.
Con la sua scomparsa, la comunità scientifica mondiale perde uno dei suoi più autorevoli testimoni.
Curioso, rigoroso, ottimista, aperto ai giovani e all'integrazione fra saperi diversi, era riuscito, soprattutto attraverso il progetto Genoma, ad avvicinare ed a chiarire alla gente il ruolo e la funzione sociale del lavoro dello scienziato.
Per tutti i giovani scienziati, italiani e non, il prof. Dulbecco ha da sempre rappresentato un punto di riferimento, un esempio da seguire, grazie alla sua grande esperienza scientifica e professionale, nonchè la grande sensibilità umana.
"Le ultime sue apparizioni in Italia non furono positive, rimase un pò amareggiato. L'esperienza fatta nel nostro paese lo aveva davvero deluso", racconta
Paolo Vezzoni, ricercatore del Cnr che insieme a Dulbecco ha condiviso l'esordio del Progetto Genoma.
"Era dalla scorsa estate che non stava molto bene. L'ultima volta che l'ho sentito è stato in occasione delle feste natalizie. Ci siamo scambiati i saluti, ma non abbiamo fatto altri commenti", ha aggiunto Vezzoni, secondo il quale quando Dulbecco decise di tornare negli Stati Uniti "lo fece con l'amaro in bocca e, nel corso degli anni, la delusione nei confronti dell'Italia è rimasta costante anche se ad attenuarla hanno contribuito alcuni progetti di ricerca sulle cellule staminali che la
Fondazione Cariplo aveva deciso di assegnare sotto la sua guida".
L'amarezza di Dulbecco nei confronti del nostro Paese era legata soprattutto alla decisione, da parte del Cnr di abbandonare il Progetto Genoma: un progetto che lo stesso Dulbecco aveva sostenuto e incoraggiato sia in Italia che all'estero. 
La triste notizia della morte del Prof. Dulbecco giunge in un momento critico della storia italiana, sotto l’aspetto economico e sociale, in particolare perchè per lo scienziato nato a Catanzaro ''la ricerca scientifica è stata una testimonianza d'amore verso l'umanità, una delle più alte forme di solidarietà.”; e come non ricordare la partecipazione ad una edizione del Festival di Sanremo, durante la quale dichiarò di voler devolvere l’intero importo della sua partecipazione alla fondazione per la ricerca sul cancro.

PRESENTE E FUTURO DELLA RICERCA SCIENTIFICA IN ITALIA 


Abbiamo accennato alla delusione di un giovane Dulbecco per la sua esperienza lavorativa in Italia e gli scontri con un contesto nazionale che tanto si discosta dal sistema americano, per ciò che concerne ricerca e sviluppo.
Per realizzare una crescita di sistema, un paese ha bisogno di incrementare le risorse destinate alla R&S e per questo di introdurre una serie di incentivi.
Urge l'adozione di una politica di sostegno alla ricerca che consenta alle "imprese innovative" di poter disporre di capitali adeguati in termini di tempestività ed efficienza, e al Paese stesso di aumentare la propria competitività sul piano industriale.
L'analisi del campione evidenzia come le imprese biotech ed in generale i dipartimenti del settore ricerca sperimentale clinica ed industriale abbiano
tre canali di finanziamento preferenziali: circa il 56% delle imprese ha dichiarato di ricorrere al debito, il 50% ai grant (che comprendono finanziamenti pubblici, nazionali e regionali, e i fondi europei e internazionali) e il 37% a fondi di Venture Capital e di Private Equity.
Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da un
brusco calo degli stanziamenti di fondi pubblici per la ricerca scientifica, erogati a livello nazionale.
Nel 2009 Francia, Germania e Regno Unito insieme hanno contribuito per il 54% al totale degli stanziamenti dell'Unione Europea, e la quota della sola Germania è pari al 24%: più del doppio di quella dell'Italia (11%).
Certo
la situazione non è estremamente drammatica, basta pensare che se si esamina la graduatoria internazionale fornita da Scimago, l’Italia si colloca all’ottavo posto, preceduta da USA, Regno Unito, Germania, Cina, Francia, Giappone e Canada: tutte nazioni il cui Prodotto Interno Lordo, fatta eccezione il Canada, supera quello dell’Italia.
In altre parole,
la posizione dell’Italia nella graduatoria delle superpotenze scientifiche è molto buona e certamente assai migliore di quanto percepito dall’opinione pubblica.
Ben diverso è il discorso sulla efficienza della ricerca, dove spesso il grande impegno economico impiegato dalla nazione, viene invalidato dagli ingenti sprechi di denaro che la complessa burocrazia italiana comporta; ciò nonostante se restringiamo l’attenzione alla spesa in ricerca e sviluppo delle università, i dati
OCSE collocano l’Italia all’ottavo posto.
Pertanto, siamo ottavi sia nella spesa che nelle citazioni, un risultato del tutto ragionevole, questo è indice di un enorme potenziale nazionale per la ricerca scientifica.
A questo punto dobbiamo porci una domanda fondamentale: fino a quando saremo competitivi?
I tagli indiscriminati ai finanziamenti e agli stipendi penalizzano ed avviliscono proprio chi fa il suo dovere o persino più del suo dovere, come i ricercatori universitari che da anni, senza averne l’obbligo, tengono insegnamenti a titolo gratuito o con compensi meramente simbolici.
Inoltre,
il Disegno di Legge Gelmini, introduce una precarizzazione estrema dell’accesso alla carriera accademica.
C’è il fondato timore che i tagli e la riforma avranno due effetti principali: un ulteriore e decisivo incentivo alla fuga dei cervelli e la retrocessione dell’Italia nelle classifiche mondiali della ricerca; una fuga che ha visto coinvolto anche un giovane Dulbecco, figlio di una nazione dal destino incerto.

lunedì 13 febbraio 2012

Grecia: storia di un declino






Correva l'anno 2004 e la Grecia era ancora considerata il paese "rivelazione" dell'Unione Europea, sull'onda dei giochi olimpici di Atene.
Nel 2006 il Pil cresceva del 5,6% e persino nel 2007 si registrava un + 4,28%.
Poi l'improvviso salto nel buio. 
Nel 2009 la prima discesa sotto zero (-2,04%), mentre il 2010 termina con un - 4,47%.
L'ultimo anno si è appena concluso con -6% e le previsioni per il 2012 si attestano sul -3%.
Dall'inizio della crisi la Grecia ha bruciato circa 65 miliardi, su un Pil totale che si aggira sotto i 300. 
Quali sono le cause del tracollo?
Inanzitutto un sistema industriale debole, aggrappato in gran parte alla mano pubblica. Un export quasi irrilevante, a parte lo yogurt prodotto dalla Fage (che registra i principali volumi di mercato negli Stati Uniti) una delle più grosse aziende alimentari del paese. 
Il turismo da solo non basta, soprattutto se stagionale. 
C'è inoltre un parassita devastante per le casse dello Stato: l'evasione fiscale, che in Grecia supera i 30 miliardi di euro, quasi l'equivalente delle entrate regolari (40 miliardi). 
Il tasso di disoccupazione ufficiale è il 20%, che raggiunge il 50% se si considera quella giovanile. 

GLI AIUTI DELLA TROIKA E LE RIFORME LACRIME E SANGUE 

La prima tranche di aiuti dell'Unione Europea arriva nel maggio 2010: 110 miliardi spalmabili in 3 anni. 
In cambio viene chiesto al primo ministro socialista Papandreu un corposo taglio della spesa pubblica e un ambizioso piano di privatizzazioni, con la promessa di incassare 50 miliardi entro il 2015 (termine prorogato al 2017). 
La prima manovra fu di 6,5 miliardi, mentre sulle strade si agitavano le manifestazioni di piazza contro le "svendite di Stato". Proteste inutili perchè di fatto quasi nessun investitore straniero si è fatto avanti. 
Il "sistema Grecia" non si vende bene, e le privatizzazioni fino al momento si fermano a circa 1,5 miliardi di entrate, troppo poco. 
Dopo le dimissioni di Papandreu, che dichiarò il dissesto del bilancio, prende le redini in mano Lucas Papedomos, ex vice-presidente della Bce, che negozia una specie di concordato con le banche straniere creditrici (francesi e tedesche in primis) puntando alla cancellazione del 70% del valore dei titoli da rimborsare
Una ventata d'aria fresca per le casse dello Stato, che vedrebbe ridurre di 100 miliardi lo stock del debito, comunque altissimo (250 miliardi, il 120% del prodotto interno lordo, oggi al 160%, ndr). 
L'accordo deve essere ancora raggiunto. 
L'altro aspetto debole dell'economia greca è il deficit: negli ultimi due anni tra il 9,5 e il 10% rispetto al Pil.
In sintesi, dal 2010 sono state 5 le manovre economiche per salvare la Grecia dal default. 
L'ultima è di 40 miliardi e offre un menù di tagli imponenti: a parte l'innalzamento dell'età di pensionamento delle donne a 65 anni (una misura di buon senso), vengono ridimensionati gli assegni di anzianità e cancellati quelli di reversebilità, con le rendite indicizzate all'andamento del Pil. 
Nel settore pubblico interventi ancora più duri: tagli drastici a tredicesime e quattordicesime, stipendi congelati o ridotti, messa in mobilità di 30.000 dipendenti statali. 
In Grecia i dipendenti pubblici sono un esercito di 750 mila persone, su una popolazione di appena 11 milioni. 
Entro il 2015 andranno a casa in 150.000, mentre da subito arriva la decurtazione del salario minimo dai 750 euro lordi a 580 (circa 400 euro netti). 
Infine, tagli di 1,1 miliardi nella spesa dei farmaci e l'introduzione di una tassazione sugli immobili, dalla quale l'esecutivo intende recuperare 2,5 miliardi di euro.
La situazione è disperata ma non si vede via di uscita, se non il default progressivo e pilotato del paese. 
Ma siamo sicuri che il popolo greco voglia rinunciare all'euro e condannarsi ad un futuro ancora più incerto? 








giovedì 9 febbraio 2012

I primi cento giorni di Mario Draghi: il banchiere pragmatico


Sono trascorsi 100 giorni dalla nomina di Mario Draghi alla presidenza della Banca Centrale Europea, il 1 novembre 2011. 
Un periodo sufficiente per stilare un primo bilancio sul suo operato, coincidente con la fase più acuta della crisi economica nell'Eurozona (proprio nel giorno del debutto ufficiale l'instabilità greca fece schizzare lo spread Btp-Bund a 441 punti, ndr). 
La prima mossa a sorpresa, a soli 2 giorni dall'insediamento, è stata la decisione di tagliare i tassi di interesse di 25 basis point, all'1,25%, per rispondere ai segnali di "modesta recessione", a cui è seguito un nuovo taglio dello 0,25 il mese successivo
Nello stesso tempo Draghi ha ribadito la necessità che i governi facciano la loro parte per affrontare la recessione e che la Bce non avrebbe agito da prestatore di ultima istanza. 
Un altro tema delicato è stato affrontato dal neo-governatore con una sapiente azione diplomatica: la Banca Centrale era fortemente spaccata e divisa dopo il mandato di Jean-Claude Trichet, con forti tensioni in Germania, culminate con le dimissioni di Axel Weber (uno dei candidati alternativi a Draghi, poi saltato) e di Juergen Starck, sulla questione degli acquisti di titoli di stato da parte della Bce. 
Draghi ha saputo ricucire i rapporti con l'alleato tedesco, nominando (non a sorpresa) il membro del board Joerg Asmussen all'importante incarico di partecipare ai negoziati europei. 
Ha sollecitato inoltre i politici a varare il "fiscal compact" (termine da lui stesso coniato) per individuare l'insieme di nuove regole che devono guidare le politiche di bilancio nell'Eurozona. 
Senza dubbio la decisione più rilevante nella prima fase della sua presidenza, è stata l'iniezione di nuova liquidità a 523 banche per un ammontare complessivo di 489 miliardi di euro per la durata di tre anni, un'operazione senza precedenti, superiore alle stesse aspettative dei mercati. 
In questo modo ha ridato fiato ad un sistema bancario in enorme difficoltà nella raccolta fondi e con un prestito interbancario (misurato dall'indice Euribor) pressochè paralizzato, allontanando gli spettri di un crack peggiore del dopo Lehman. Come effetto collaterale ha ottenuto dalle banche l'acquisto di debito dei paesi della periferia europea, compreso l'Italia, contribuendo al rientro dello spread sui titoli di stato. "Abbiamo evitato un credit crunch gravissimo e una più grave crisi dei finanziamenti", dirà Draghi il 28 gennaio al World Economic Forum di Davos
Cento giorni di presidenza che hanno inciso molto sul contesto economico e finanziario europeo e che confermano le parole di elogio che Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario, aveva riservato a Mario Draghi il giorno della sua nomina a capo della Bce: "Sarà un banchiere centrale pragmatico"