Economia, Finanza e Personal Business

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mercoledì 28 marzo 2012

Il vino made in Italy fa gola a tutti



C'è un settore che ha resistito meglio di altri alla crisi economica e continua ad attrarre capitali stranieri: è la viticoltura.


Le cantine italiane detengono una quota del 22% del mercato italiano e godono di ottima salute. 
Secondo un rapporto di Mediobanca, le prime 107 società fatturano circa 5 miliardi (+9%) e negli ultimi bilanci hanno quasi raddoppiato gli utili a 138 milioni con un ritorno sugli investimenti del +10%. Sarà anche per questo che alla fiera di Vinitaly a Verona, la più importante nel nostro paese, si aggiravano grossi imprenditori internazionali a caccia di affari e nuove acquisizioni strategiche. 

Tra questi il magnate russo Roustam Tariko, che dopo aver acquistato il gruppo Gancia (valutato 100 milioni di euro, compreso 30 di debiti) in una intervista al Sole 24 Ore ha dichiarato: "Stiamo sondando tre società vitivinicole italiane. Inutile nasconderlo: i brand italiani del vino esprimono un fascino incredibile", poi aggiunge: "Complessivamente sono in grado di mobilitare dai 300 ai 500 milioni di euro. I soldi non sono un problema se ci sono qualità e brand, mi interessano vino e alcol ma anche le banche italiane, che ritengo abbiano potenzialità di crescita e sono oggi a buon mercato".  
Non solo il caso Gancia, anche l'italiana Ruffino è stata inglobata nella multinazionale americana Constellation Brands, che ha elargito 50 milioni per il marchio e un contratto d'affitto esclusivo e ventennale per i terreni di sette tenute (Riserva Ducale, Chianti Classico Riserva, Brunello di Montalcino, Greppone Mazzi, Modus). 
Secondo Massimo Ferragamo, che alla passione per la moda in famiglia accompagna quella da imprenditore vinicolo: "La voglia di vino italiano è talmente forte che gli stranieri superano l'avversione per le storture del sistema Italia". 
Michael Petteruti, vicepresidente di Palm Bay, grande importatore americano di otto marchi italiani di vino (tra cui Ferrari dei Lunelli) afferma che "il grande successo del vino italiano è indubbio e tende a crescere", come conferma Giovanni Geddes de Filicaja (ad della toscana Marchesi dè Frescobaldi) che però avverte: "Nel mirino ci sono le piccole e medie aziende. Quelle più grandi sono meglio strutturate e resistenti sia per affrontare i mercati internazionali sia per non cedere alle lusinghe delle maxi offerte"
Si perchè in effetti il Vino Made in Italy sarà pure apprezzato e ambito in tutto il mondo, ma bisogna prestare attenzione a non svendere troppo i nostri gioiellini o asset strategici. 
Il libero mercato porta benefici e concorrenza, se si è in grado di giocare anche da predatori, non solo da prede. 

lunedì 26 marzo 2012

Settimana negativa, bene i titoli industriali, calano i bancari


Di Sauro Dozzini, Studio di Consulenza Creditizia 


La Borsa di Milano recupera nel finale grazie a una reazione positiva nel pomeriggio, guidato dalla Borsa americana anche se le Borse europee hanno vissuto la peggiore settimana da inizio anno. 
L'indice FtseMib di Milano è salito dello 0,2%, ma il bilancio delle ultime cinque giornate è una caduta del 3,5%. Per trovare un risultato così negativo bisogna andare indietro a metà dicembre 2011. 
Dall'inizio dell'anno Piazza Affari guadagna il 9,2%. 
Anche le altre Borse europee hanno chiuso con lievi progressi: Londra +0,1%, Parigi +0,1%, Francoforte +0,2%. 
L'indice complessivo delle Borse europee Stoxx 600 è sceso nel corso della settimana del 2,5%
Al miglioramento delle Borse nel finale di giornata è corrisposto il miglioramento del Btp, con il rendimento sceso al 5,02% e lo spread con il Bund rientrato 315 punti base, dai 332 della mattina. 
Netto recupero del petrolio: il Wti è risalito a 107 dollari al barile (+1,6%). Brent a 125,3 dollari (+1,7%).
A Piazza Affari le banche hanno chiuso positive: Unicredit (UCG.MI) è salita dell'1%, poco prima era arrivato a perdere l'1,5%. Intesa (ISP.MI) +1,1%, Pop.Milano (PMI.MI) +1,6. 
Conclusione in ribasso per MontePaschi (BMPS.MI) che accusa una perdita del 2%. Ha accelerato al rialzo Mediolanum (MED.MI) +4,3%: dopo i risultati del 2011 diffusi ieri, Cheuvreux, Mediobanca e Bank of America-Merrill Lynch hanno confermato il giudizio positivo sul titolo.
Sono saliti i titoli industriali, ieri fortemente penalizzati: Fiat (F.MI) +1,3%, Fiat Industrial +1,1%, positiva StM (STM.MI) +1,6%.
Pirelli (PC.MI) ha guadagnato il 2,5% dopo che Citigroup ha alzato il target price a 10 euro da 8,5 euro, confermata la raccomandazione buy. 
Buzzi (BZU.MI) è salita del 4,4%: Morgan Stanley ha avviato la copertura con raccomandazione positiva overweight e target price a 11,5 euro. 
Chiusura in forte rialzo per Enel Green Power +4% dopo la presentazione agli analisti del nuovo piano industriale che prevede un Ebitda nel 2016 di 2,6 miliardi di euro, da 1,4 miliardi nel 2011. 
Fra le mid cap, è rimbalzata Prelios (PRS.MI) +4,7%. Improvvisa impennata di Saras (SRS.MI) che è salita dell'8,3% con volumi elevatissimi: sono passate di mano quasi 52 milioni di azioni, pari al 5,5% del capitale e al 15,6% del flottante di Borsa.

venerdì 23 marzo 2012

Il governo Monti ha fatto i "compiti" della Bce


Erano i primi di agosto dello scorso anno quando la Banca Centrale Europea, a firma Mario Draghi e Jean-Claud Trichet, inviò al governo Berlusconi la famosa "lettera" con le indicazioni principali sul percorso di riforme che l'Italia avrebbe dovuto avviare nel più breve tempo possibile, pena la totale sfiducia delle istituzioni Ue e dei mercati finanziari. 
Il contenuto della missiva non lo conosceva nessuno e venne svelato solo due mesi più tardi, innestando una serie di polemiche sulla "sovranità nazionale limitata" e acutizzando i contrasti tra il premier e l'allora ministro dell'Economia Giulio Tremonti
Il programma della Bce si presentava molto incisivo nei contenuti e nessuno all'epoca pensava che sarebbe potuto diventare realtà nell'arco di pochi mesi.
La fragile coalizione di centro-destra aveva appena varato due importanti manovre e non sembrava assolutamente in grado di portare avanti le riforme richieste. 
Oggi con il governo Monti i "compiti" della Bce sono stati compiuti quasi integralmente, non solo nei contenuti ma persino nella forma dello strumento legislativo. 
Scriveva il duo Trichet-Draghi: "Vista la gravità della situazione le misure siano prese con decreto legge". Detto, fatto. 
Quasi tutti i provvedimenti del "Salva Italia" sono approdati in Parlamento con la corsia rapida del decreto. 
Persino la riforma delle pensioni, un traguardo storico considerando che non era stato raggiunto un accordo con i sindacati e furono fatte solo tre ore di sciopero.
La lettera della Bce chiedeva di "rendere più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità", oltre che innalzare l'età di pensionamento delle donne nel settore privato. Punto realizzato. 
Anche il decreto "Cresci-Italia" va incontro alle richieste di "liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali", mentre sono ancora inattuate le misure di "privatizzazione su larga scala" sulla fornitura dei servizi. 
Inoltre sta arrivando il "ridisegno dei sistemi fiscali" sempre caldeggiato dalla Bce "per accrescere il potenziale di crescita".
Anche il doloroso capitolo del lavoro segue le direttive della lettera di agosto: "Dovrebbe essere adottata un'accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento stabilendo un sistema di assicurazione della disoccupazione", che è proprio quanto portato avanti dal ministro del Welfare Elsa Fornero, con la proposta di revisione della flessibilità in entrata, modifiche all'articolo 18 con l'eliminazione del diritto al reintegro nei casi di licenziamenti "economici" e l'introduzione di una assicurazione sociale per l'impiego che dal 2017 sostituirà l'indennità di mobilità.
Infine, l'anticipo al 2013 dell'obiettivo del pareggio di bilancio e il suo inserimento in Costituzione (siamo alla terza lettura). 
Ciò che ancora manca all'appello è la stretta sul pubblico impiego, che la Bce ha richiesto sotto forma di "significativo taglio dei costi, se necessario, riducendo gli stipendi"
Su questo punto sono arrivati stop agli aumenti contrattuali mentre è ancora in stand by la decisione di fissare un tetto agli stipendi dei super-dirigenti del settore pubblico. 
Inoltre non sono ancora state abolite le Province ma solo ridotte al rango di organi rappresentativi e non più elettivi. 
Nel complesso però si può dire che la lettera della Bce è stata ampiamente messa in pratica e si è rivelata più efficace nei fatti di qualsiasi vaga promessa di campagna elettorale. 

martedì 20 marzo 2012

Apple si conferma un gigante anche in Borsa


In tempi di crisi ci sono aziende che scoppiano di salute: è il caso di Apple, che dopo lo straordinario successo del nuovo Ipad (3 milioni venduti solo nell'ultimo week end dalla data di lancio di venerdì 16 marzo) decide di restituire buona parte della sua montagna di cash di quasi 100 miliardi di dollari in dividendi agli azionisti e operazioni di "buyback" (riacquisto di propri titoli). 
Una svolta storica (non accadeva dal 1995) che lunedì 19 marzo ha visto la società di Cupertino chiudere la seduta di Wall Street con un +2,65% a 601,10 dollari
Basta considerare che dal giorno della sua quotazione, il titolo Apple è salito di quasi il 4.600%, mentre Goldman Sachs ha alzato l'obiettivo del target price nel range 660/700 dollari. 
Una storia di successo, che colloca l'azienda fondata da Steve Jobs nella così detta "banda dei quattro", i pilastri del settore infocom, insieme a Google, Amazon e Facebook
Il nuovo amministratore delegato Tim Cook ha dunque ben delineato le strategie future di Apple: nessuna grande acquisizione all'orizzonte ma uno sguardo costante alla qualità del prodotto, attraverso nuovi investimenti da 45 miliardi in tre anni in ricerca e sviluppo e piccole fusioni. 
La scelta a breve termine invece punta a soddisfare gli azionisti.
Apple pagherà 2,65 dollari per azione, pari a un rendimento annuale dell'1,8%, a frequenza trimestrale, che coinciderà con il quarto trimestre dell'anno fiscale 2012. 
Il costo dello stacco dei dividendi e dell'operazione di "buy back" sarà di 9,88 miliardi di dollari
La società di Tim Cook non ha certo problemi di liquidità: nei prossimi 4 trimestri si prevede un flusso di cassa tra i 75 e gli 80 miliardi di dollari.
Il titolo Apple nell'ultimo anno ha prodotto una performance dell'80%, mentre il ritorno per gli azionisti in 3-5 anni è stato di oltre il 500%
Gli utili sono raddoppiati nel biennio 2008/2010 e nel 2010/2011, mentre le stime per il 2012 vedono aumentare i profitti di un altro 70%.
La casa madre di Steve Jobs scoppia di salute ma per i papabili investitori, attratti dal settore hi-tech e da un marchio simbolo di successo, è sempre importante valutare tutti gli aspetti, soprattutto il prezzo del titolo.
Anche su questo fronte il titolo Apple non è ancora "caro", poichè paga venti volte il prezzo degli utili 2011, mentre il mercato quota in media 14-15 volte, non troppo distante. 
E' senza dubbio un investimento molto interessante ma da bilanciare in una sana gestione diversificata del portafoglio. 
Come sempre in finanza la regola d'oro è non puntare mai tutto su un solo cavallo. 

mercoledì 14 marzo 2012

I tagli di Trenitalia dividono in due il paese


Pubblichiamo di seguito un comunicato dell'Associazione Radici per il Futuro Calabria 

"Siamo di fronte all’ abbandono del Meridione", queste parole sono state recentemente pronunciate da Luigi Simeone, segretario generale Uil trasporti.
Il numero uno della Fit Cisl, Giovanni Luciano aggiunge "Quel che Moretti sta facendo al servizio notte è scandaloso: si perdono posti di lavoro in Italia mentre si fanno accordi e assunzioni all’estero. Per non parlare della chiusura dell’officina grandi motori delle Fs di Melfi, che, in queste ore, per una decisione unilaterale delle Ferrovie, chiuderà e costringerà i lavoratori ad andare a Foggia".  

E’ innanzitutto essenziale fare il punto della situazione, Trenitalia ha attuato un taglio nella sua tabella oraria, entrata in vigore a dicembre 2011, che prevede la cancellazione di molte cuccette e vagoni letto, in special modo nelle tratte a lunga percorrenza e sui treni straordinari utilizzati in prossimità delle festività nazionali e dei periodi di ferie. 
Il taglio prevede una riduzione di 100 carrozze, passando dalle 257 attuali a 158, mentre permangono ancora numerosi dubbi sulla qualità di quelle che rimarranno in circolazione, data l’intervenuta risoluzione del contratto tra Ferrovie dello Stato e Rail service International, la società che aveva in appalto la manutenzione dei treni notturni. 
In pratica dal 12 dicembre Trenitalia ha introdotto i nuovi orari, i quali porterebbero ad una soppressione dei treni notturni che collegano le regioni meridionali, in particolar modo Sicilia, Calabria e il Salento pugliese, con le principali città del centro (Roma) e del nord (Milano e Torino), ma anche alcune tratte centro-settentrionali quali la notturna Roma–Torino e Bolzano–Roma. 
Le associazioni a difesa dei consumatori, affermano che l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, starebbe concentrando la sua attenzione sui treni d’Alta velocità; sarebbe imminente infatti la messa in circolazione di 11 treni di ultima generazione per la tratta Milano – Roma, provenienti dal gruppo privato guidato dagli imprenditori Montezemolo e Della Valle (Italo). 
Nei giorni scorsi, in seguito ad una meno recente interrogazione parlamentare a risposta orale dell’on Francesco Nucara al Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, è intervenuto anche il Presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti, il quale ha affermato che: “Moretti chiede sacrifici e soldi alle Regioni e allo Stato ma intanto continua a tagliare i collegamenti. Esalta le FS, che tramite società controllate vincono gare all’estero, e non reinveste un solo euro in Italia per migliorare la rete. Dice di non temere la concorrenza ma la sua guerra contro gli operatori privati è ben nota. Infine, ci illustra il suo sogno beffardo per i pendolari “comprare mille treni” perché “è l’investimento con effetti socio economici migliori”
Moretti, tra i tanti proclami e progetti, non espone un piano di rilancio delle Ferrovie per il Mezzogiorno. La Tav si ferma a Napoli e il resto d’Italia è tagliata fuori dalle opportunità di sviluppo, nonostante si siano appena festeggiati i 150 anni dell’unità"
Le regioni meridionali soffrono ancora di più questa grave crisi economica, rispetto alle regioni maggiormente industrializzate del centro e nord Italia, naturalmente una inefficiente rete di collegamento ferroviario non fa altro che gravare pesantemente su una situazione già di per sé precaria. 
Tale limite strutturale ostacola non poco anche lo sviluppo economico e sociale di quelle regioni, tra cui la Calabria, per le quali l’Unione Europea ha proceduto all’approvazione del Programma Obiettivo Convergenza, destinando nel corso degli anni 2000-2013 una ingente quantità di fondi comunitari da utilizzare per incentivare le attività produttive (PON e POR): proprio a causa della difficoltà riscontrata nell’organizzazione della logistica aziendale molti dei predetti fondi verranno restituiti in quanto non utilizzati entro il termine del programma. 
Trenitalia da sempre programma la sua attività prediligendo le tratte di collegamento del Nord Italia.
In aggiunta, la rete ferroviaria meridionale è stata concepita e realizzata su un territorio morfologicamente non idoneo, poiché risente del grave dissesto idrogeologico che caratterizza la maggior parte delle regioni interessate. Recentemente ad esempio, la rete che collega la città di Catanzaro (capoluogo di Regione) con l’importante scalo di Lamezia Terme, ha subito un grave cedimento strutturale con conseguente chiusura della linea ferroviaria e tempi di ripristino previsti di oltre 3 anni. 

A questo punto ci si deve chiedere come può una Regione come la Calabria, tormentata da molti problemi interni, procedere nella direzione dello sviluppo economico e sociale? 

Per decenni i loro nomi evocativi sono stati un simbolo dell'Italia unita e dell'emigrazione: Treno del sole, Trinacria, Treno dell'Etna, Francesco Cilea, Freccia della Laguna; un simbolo che adesso finirà nei ricordi, lasciando spazio ad un isolamento forzato che non agevolerà la crescita delle regioni meridionali, né la crescita generale di un paese come l’Italia che dovrebbe mirare, per uno sviluppo generalizzato, al raggiungimento di una definita Unità nazionale, che inesorabilmente passa attraverso una adeguata rete di collegamento per il trasporto.


martedì 13 marzo 2012

La fuga degli investimenti esteri dall'Italia



Non solo il caso British Gas, nel 2011 gli investimenti diretti di aziende straniere in Italia sono diminuiti del 53%.
Colpa della crisi, certo, ma la media europea si ferma al -7%, quanto basta per porsi qualche domanda sullo scarso appeal che il nostro paese ha nei confronti del business internazionale. 
Il fallimento della realizzazione del rigassificatore di Brindisi (250 milioni di investimenti stanziati a vuoto, 25 esuberi e 1.000 posti di lavoro andati in fumo) è solo l'ultimo di una lunga serie: sono fermi il rigassificatore di Trieste (500 milioni previsti dalla società spagnola Union Fenosa) e quello di Livorno (600 milioni stanziati dalla Solvav).
Non va meglio in Sicilia, dove non si sbloccano i progetti di Porto Empedocle (800 milioni pronti) e della Erg per Rivara (350 milioni).
Secondo un calcolo dell'Osservatorio Nimby Forum, in Italia ci sono 331 impianti contestati e bloccati da anni
Non certo un buon auspicio per le imprese che decidono di investire e produrre nel nostro paese. 
La logica è semplice, quando una multinazionale deve decidere dove investire non valuta solo il costo del lavoro (che tra l'altro da noi è tra i più onerosi d'Europa) ma verifica una serie di fattori strutturali: il tasso di crescita del paese, la capacità del sistema di creare un ambiente favorevole ed attraente per la circolazione dei capitali, la garanzia di omogeneità normativa e certezza su tempi e procedure. 
I veti incrociati e le continue opposizione di associazioni, enti locali, ecc... invece non sono di sicuro un bel biglietto da visita. 
In questo modo l'Italia arretra e nel 2012, secondo la classifica "Doing Business" stilata dalla Banca Mondiale, siamo scesi dall'83esimo all'87esimo posto nella pagella sull'accoglienza industriale di un singolo paese, dietro  Zambia, Albania e Mongolia
Anche la lentezza della giustizia civile gioca un ruolo decisivo: 1.200 giorni in media per risolvere una controversia, il quadruplo dei tribunali francesi. 
Senza dimenticare la burocrazia imperante che prolunga i tempi necessari per l'avvio di un'impresa ed i costi elevati dell'elettricità. 
Un mix di ostacoli che provoca non solo l'assenza di nuovi investimenti in Italia, ma anche la fuga di quelli che ci sono già. 
Per esempio i ritardi della banda larga hanno costretto Alcatel a lasciare gli stabilimenti di Concorezzo, alle porte di Milano. 
Nokia e Motorola hanno chiuso due centri di ricerca all'avanguardia in Piemonte e Lombardia per trasferirsi negli Stati Uniti.
In passato l'Italia ha venduto all'estero tutte le sue migliori aziende farmaceutiche, subendo la migrazione dei principali centri di ricerca nel settore: la Glaxo a Verona, AstraZeneca, Pfzer, Sanofi e Wveth
Con gli investimenti pubblici fermi da anni, che anzi nel 2012 scenderanno da 42 a 35 miliardi, le imprese italiane faticano a creare occupazione e tendono di conseguenza a delocalizzare.
Per affrontare lo stagnante immobilismo all'italiana, il presidente dell'Eni e del Comitato investitori esteri di Confindustria Giuseppe Recchi auspica "una singola realtà coordinata dal ministero per lo Sviluppo in grado di consultare tutte le parti interessate a un progetto in tempi brevi, un tavolo unico in cui si mettono a confronto dubbi, richieste e contestazioni. Dove si possa modificare il progetto o anche decidere di non avviarlo. Ma che dia la certezza, una volta chiusa la fase decisionale, di non aver più sorprese"


martedì 6 marzo 2012

British Gas lascia l'Italia e sfumano 1.000 posti di lavoro


Questa è una storia tutta italiana, anzi italo-inglese, ma rende bene l'idea di un paese in preda alla burocrazia e all'immobilismo che non è capace di investire sul suo futuro economico e industriale, soprattutto ad attrarre capitali stranieri. 
La British gas, compagnia energetica britannica, rinuncia al progetto del rigassificatore di Brindisi, dopo 11 anni di paralisi sul fronte delle autorizzazione e dei permessi di Governo ed enti locali. 
Sfuma così un investimento di 800 milioni di euro, con una capacità di 6 miliardi di tonnellate all'anno di gas naturale liquefatto (Gpl), corrispondente a 8 miliardi di metri cubi all'anno di gas naturale immesso in rete (pari al 10% circa del consumo nazionale). 
Un colpo durissimo per l'economia del territorio, considerato che il rigassificatore avrebbe procurato circa 1.000 posti di lavoro nei 4 anni necessari alla sua realizzazione. 
Il presidente e amministratore delegato di British Gas Italia, Luca Manzella, si congeda così: "Abbiamo avviato le procedure per il collocamento in mobilità dei nostri lavoratori presenti a Brindisi. In tutto una ventina di dipendenti. La casa madre, delusa e scoraggiata dal prolungarsi all'infinito del braccio di ferro con le autorità italiane e nonostante i 250 milioni di euro già spesi per il progetto pugliese, ha deciso di riconsiderare dalle fondamenta la fattibilità dell'investimento"
Si perchè la società inglese ha già investito 250 milioni di euro ma è riuscita solo a costruire la spianata dove sarebbe dovuto sorgere l'impianto. 
Tutto ebbe inizio nel novembre 2001, quando la British Gas richiede al Governo italiano l'autorizzazione alla costruzione del rigassificatore.
Bisogna attendere la nuova Via (valutazione d'impatto ambientale) che viene concessa con decreto solo nel luglio 2010.
A quel punto, ammette Manzella, "ci eravamo illusi che nel giro di 200 giorni tutto si sarebbe appianato, i permessi sarebbero finalmente arrivati e avremmo potuto avviare i lavori. 
Di giorni invece ne sono passati 600, il processo autorizzativo è bloccato, gli enti locali continuano la loro strenua opposizione al progetto depositando una raffica di corsi amministrativi contro la nuova Via, mentre dal Governo centrale e dal ministero dello Sviluppo non è mai arrivata la convocazione per la conferenza dei servizi decisiva"
Le conclusioni di Manzella lasciano l'amaro in bocca: "Non si può pensare che una grande multinazionale blocchi un progetto per oltre 11 anni. A tutto c'è un limite"
La stessa British Gas all'inizio del Duemila aveva avviato un'opera simile in Galles
Inutile dire che lì l'esito è stato diverso. 
In soli 5 anni il progetto è stato validato, l'impianto costruito ed entrato in funzione, in un'area comunque importante dal punto di vista naturalistico ma senza incontrare problemi in fase progettuale o realizzativa. Il contrario della Puglia
L'invito di Manzella è chiaro: "Il governo Monti, così come si rivolge agli investitori finanziari, dovrebbe inviare messaggi altrettanto chiari e rassicuranti anche agli investitori industriali, che hanno un bisogno enorme di certezze"
La realtà è una: "I veti locali e l'immobilismo decisionale ostacolano progetti strategici e sono il primo nemico per lo sviluppo dell'Italia"
Tutte le attività di British Gas a Brindisi vengono dunque chiuse, ma rimane aperto un interrogativo fondamentale che dobbiamo porci seriamente: può un paese in difficoltà come l'Italia continuare a presentarsi sul panorama internazionale come inaffidabile e rischioso per gli investimenti?


lunedì 5 marzo 2012

La settimana dei mercati


Di Sauro Dozzini, Studio di Consulenza Creditizia 


Nella settimana in cui tutti attendevano la maxi iniezione di liquidità da parte della BCE, conclusa con l’erogazione di oltre 500 miliardi, Piazza Affari chiude in netto rialzo la settimana con un + 2,5%, che porta il guadagno dall'inizio dell'anno al 12,1%. 
L'effetto più importante dell'asta è sul mercato dei titoli di Stato, dove si rafforzano i Btp italiani
Il rendimento del Btp decennale è sceso al 5,17% (-18 punti base). 
Lo spread con il Bund tedesco è sceso a 334 punti, nuovo minimo dal 2 settembre 2011. 

E' ancora più forte il miglioramento del Btp a due anni, che vede il rendimento scendere di ben 28 punti al 2,09%, sui minimi dal novembre 2010. Lo spread con l'analogo Bund è di soli 189 punti. Il rendimento è sceso sotto quello del Bono spagnolo a due anni (2,27%). 
Nella settimana le altre Borse europee hanno guadagnato, ma molto meno: l'indice complessivo europeo Stoxx 600 è salito dello 0,9% e il rialzo dall'inizio dell'anno è del 9,3%.
Per le banche italiane quella di venerdi è stata una giornata contrastata dopo i rialzi di mercoledi e giovedi. 
Unicredit (UCG.MI) è scesa dello 0,2%, Intesa (ISP.MI) ha perso l'1%, Ubi (UBI.MI) -1,2%. 
Hanno chiuso positive Mediobanca (MB.MI) +1,1%, Pop.Milano (PMI.MI) +0,8% e Banco Popolare (BP.MI) +4,7%.

Giornata brillante per Generali (G.MI) che è salita del 3,1%. 
Nel comparto assicurativo sono scese sia Unipol (UNI.MI) -1,3%, che Fondiaria Sai (FSA.MI) -3% e Milano Assicurazioni (MI.MI) -3,8%. Premafin (PF.MI) +0,2%.

A Bruxelles 25 capi di Stato e di governo della Ue hanno firmato il nuovo patto di disciplina fiscale fortemente voluto dalla Germania come precondizione indispensabile per continuare a fornire aiuti ai Paesi in difficoltà finanziaria. Non hanno aderito, come previsto, la Gran Bretagna e la Repubblica Ceca. 
Goldman Sachs ha alzato la raccomandazione su banche e utility in Europa a overweight da neutral, spiegando che le aziende di entrambi i settori otterranno forti benefici dalla iniezione di liquidità realizzata dalla Bce con le due maxi aste a rubinetto. 
Dopo il forte balzo di ieri, le quotazioni del greggio sono in calo: il Wti è scambiato a 107,3 dollari al barile (-1,4%), Brent a 124,3 dollari (-1,4%). Nel settore petrolifero, è salita Tenaris (TEN.MI) +3,5%, Saipem (SPM.MI) invariata, Eni [ENIMI] -0,5%. 
Enel (ENEL.MI) è salita dello 0,3%, Enel Green Power avanza dell'1%. Fiat (F.MI) +2,1% e Fiat Industrial +1,3%, sono scese Prysmian (PRY.MI) -1%, StM (STM.MI) -0,8% e Ansaldo (STS.MI) -2,5%.
Buoni rialzi per Mediaset (MS.MI) +3,4% e Ferragamo +1,8%. 
Fra le small cap, Seat (PG.MI) è salita del 19% dopo che gli obbligazionisti hanno approvato il piano di ristrutturazione del debito. Landi Renzo (LR.MI) ha guadagnato il 4%, balzo di Falck Renewables (FKR.MI) che ha segnato un progresso del 7,6%.


Queste le migliori blue chip della settimana: 

Banco Popolare +12% Azimut +11,8% Banca Pop.Emilia +8,4% Mediolanum +7,9% MontePaschi +7,8%

Queste le peggiori blue chip della settimana:

Finmeccanica -7,1% Diasorin -5,9% Ansaldo Sts -3% Mediaset -1% A2A -0,7%