Economia, Finanza e Personal Business

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lunedì 30 aprile 2012

Nokya vs Apple: il declino europeo ed il successo americano


Il titolo della compagnia finlandese diventa spazzatura, mentre la Apple annuncia una trimestrale in gran spolvero. Due modelli di capitalismo a confronto. 

Il business è fatto di idee, ma soprattutto di dati concreti.
La Nokia, multinazionale finlandese simbolo negli ultimi 20 anni dell'evoluzione tecnologica dell'Europa nel settore mobile, è stata declassata dall'agenzia di rating Fitch a junk bond (titolo spazzatura) perdendo la tripla B e posizionandosi su una poco invidiabile BB+. 
Quasi contemporaneamente negli Stati Uniti, la Apple annuncia un aumento degli utili del 94% nel secondo trimestre dell'esercizio (che si chiude il 30 settembre) e continua a trascinare all'insù l'indice Nasdaq della borsa americana. 
Due esempi tangibili che fanno pensare a due mondi che viaggiano in direzione opposta.
L'Europa rimane avvinghiata ai problemi dell'euro, della liquidità delle banche, della crisi dei debiti sovrani e dell'impennata dello spread, dove il capitalismo è in declino e non sembra in grado di reggere il confronto sempre più serrato a livello globale
Nokia diventa così un simbolo di fallimento, un modello che soffre rispetto alla velocità di Cina o Brasile. 
Un sistema rimasto agganciato ai vecchi riti del Novecento: sindacati irrigiditi, lunghe e complesse trattative inconcludenti, concertazione al ribasso, ambizione per tutto ciò che è "tranquillità e sicurezza" mentre la globalizzazione punta e sollecita  a prendere rischi e trasformarli in ricchezza, giocando a viso aperto sullo scacchiere internazionale. 
L'inarrestabile ascesa dei giganti asiatici rischia di schiacciare un Europa che oggi discute se un uomo come Francis Hollande possa o meno cambiare la politica della Bce o allentare la severa disciplina fiscale della cancelliera tedesca Angela Merkel, mentre sull'altro fronte gli Stati Uniti, seppur responsabili in gran parte dell'ultima crisi globale finanziaria, sono riusciti negli anni a sfoderare personaggi come Steve Jobs e aziende che malgrado tutto producono nuova occupazione e benessere.
L'Europa dovrebbe chiedersi come mai non riesce a fare emergere uno Steve Jobs dopo vent'anni dalla creazione del mercato unico e dieci dall'introduzione della moneta? Perchè il Vecchio Continente perde la sfida anche sulla frontiera dell'innovazione del consumatore di massa
Può essere vincente un modello che si propone di continuo di tassare il pil anemico che produce mentre nel resto del mondo si studiano nuove misure per detassare i fattori della produzione a maggior valore aggiunto? 
La soluzione è la super tassa del 75% alla Hollande? 

martedì 24 aprile 2012

La Corte dei Conti critica il governo Monti


Una "cura" di sole tasse rischia di far sprofondare l'Italia nella recessione più nera 

Alla lista delle opposizioni alla linea economica del governo si aggiunge un organo tradizionalmente super partes. 
La Corte dei Conti lancia un monito che non può passare inosservato: l'austerità del governo ha innescato un meccanismo che, complici anche le leggi europee, rischia di sprofondare l'Italia nella recessione più nera.
Come dire, non può esserci crescita solo con le tasse e finchè non si metterà mano seriamente al principale problema che da anni attanaglia il nostro paese, l'enorme mole del debito pubblico, la ripresa tarderà ad arrivare. 
I magistrati contabili, per voce del presidente Luigi Giampaolino, hanno prodotto una durissima analisi del Def (Documento di Economia e Finanza), calcolando quanto "costerà" al paese la manovra salva-Italia: ben 146 miliardi di euro nel triennio 2012/2014, al quale si aggiungono più di 37 miliardi di euro di minori consumi nell'anno in corso.
Si legge infatti nell'audizione di Giampaolino alla Commissione Bilancio di Camera e Senato: "La ristrettezza dei margini temporali, imposti dalle intese europee, complica infatti la realizzabilità di una politica economica nella quale si compongono le esigenze di riequilibrio del bilancio con quelle della ripresa, affidata alle riforme strutturaliL'equilibrio contabile è basato per lo più su interventi correttivi stimati in circa 50 miliardi nel 2012, più di 75 nel 2013 e oltre 81 miliardi nel 2014".
Di questi interventi la componente fiscale "è altissima": circa l'82% nel 2012 (il 70% nel 2013 e oltre il 65% nell'ultimo periodo in esame). 
Un totale di 146 miliardi di sole tasse.
Una situazione difficile per le tasche degli italiani, a cui si accompagna l'inevitabile aumento della pressione fiscale: dal 42,5% del 2011 a più del 45% per l'intero triennio successivo. 
Afferma ancora Giampaolino: "Prendendo a riferimento il 2013, l'anno del pareggio, si può calcolare che l'effetto recessivo indotto dissolverebbe circa la metà dei 75 miliardi di correzione netta attribuiti alla manovra di riequilibrio".
Per farla breve, di troppe tasse rischiamo di affogare.
Alle critiche doverose, la Corte dei Conti propone la necessaria soluzione alternativa: tagliare la spesa pubblica improduttiva e intervenire con urgenza per ridurre il debito: "Nel passato alle dismissioni si è fatto ampio ricorso, prima con le privatizzazioni e poi con il non felice esperimento delle cartolarizzazioni, senza ottenere risultati di effettivo rilievo sul piano dell'abbattimento dello stock del debito".
Per cui, secondo i magistrati contabili, "sarebbe opportuno prevedere all'interno del governo una sede dedicata supportata da una task force operativa per acquisire entro un termine breve prestabilito, tutti gli elementi conoscitivi disponibili, con riguardo ai cespiti pubblici cedibili, nonchè individuare le eventuali modifiche al quadro normativo necessarie per accelerare le cessioni".
Fare presto e subito dunque, con misure necessarie alla crescita, altrimenti la cura Monti rischia di diventare solo accanimento terapeutico su un malato terminale. 

lunedì 23 aprile 2012

Bene i titoli petroliferi, male gli assicurativi


Ancora tesa la situazione su spread e titoli di Stato, sprint dai big Usa, poco mossi bancari e industriali. 

Le Borse europee hanno chiuso la giornata di venerdi con un'accelerazione nel finale, sostenute dalla notizia che i Paesi del G-20 hanno trovato l'accordo per dotare il Fondo Monetario di uno strumento da 400 miliardi di dollari per intervenire a favore di Stati in situazione di emergenza
A Milano l'indice FtseMib ha chiuso in rialzo dello 0,8%. Ha festeggiato Madrid, con un + 1,9%, Londra e Parigi sono salite dello 0,4%, Francoforte +1,1%. 

Situazione sempre tesa sul fronte dei titoli di Stato, dove il Btp decennale offre un rendimento del 5,61%, spread con il Bund invariato a 389. 
L'euro si è rafforzato salendo a 1,321 contro il dollaro, da 1,313 della chiusura precedente. 
Al ritorno dell'ottimismo contribuiscono in maniera determinante i buoni risultati di alcune grandi azienda americane, come Microsoft e General Electric. A Wall Street S&P e Nasdaq avanzano entrambi dello 0,7%. 

A Milano spicca il rialzo delle utility, in particolare si registra il balzo di A2A con un +8%, che improvvisamente si è mossa al recupero dopo un ribasso ininterrotto dal 14 febbraio a oggi (in cui ha perso il 43%). 
Cadono a picco le società coinvolte nel progetto di integrazione che porterà alla creazione del secondo polo assicurativo italiano, all'indomani dei nuovi colpi di scena sulla vicenda: Unipol -7,4%, al pari di Fondiaria Sai scende del 7%, Milano Assicurazioni -1,5%. 
Giovedi la Guardia di Finanza ha sequestrato il 20% di azioni Premafin detenute da due soggetti off shore che, secondo la Procura di Milano, sono ricondicibili a Salvatore Ligresti.

Giornata di rialzo per il petrolio e ne approfittano i titoli del settore: Eni è salita dell'1,7%, Saipem +1%. Il petrolio Wti è scambiato a 104,5 dollari al barile, in rialzo del 2,2%. 
Positiva anche Enel a +3,5% che ha beneficiato della promozione a "buy" annunciata ieri da Citigroup, Enel Green Power +1,3%. 

Poco mossi i bancari e gli industriali.

Sauro Dozzini, Studio di Consulenza Creditizia

mercoledì 18 aprile 2012

Salta la tassa sulle borse di studio, ma resta alta la guardia



Pubblichiamo un intervento di Gabriele Pitingolo, vice coordinatore dell'associazione Radici per il Futuro Calabria 

Non bastava il lavoro precario ad appesantire la situazione dei giovani ricercatori e specializzandi italiani, negli ultimi giorni si è discusso su un emendamento che nell'ambito del disegno di legge “semplificazioni tributarie” in discussione alla Camera dei Deputati avrebbe introdotto la tassazione Irpef sulle borse di studio percepite dai medici in formazione specialistica, i dottorandi, e i corsisti in medicina generale. 
Con l’emendamento, avevano fatto sapere gli specializzandi, "si sarebbe modificata la situazione da contratto di formazione/borsa di studio (esente dall’ Irpef) a contratto di lavoratori dipendenti con tutte le conseguenze che ne derivano. Agli specializzandi però sarebbero preclusi i privilegi di diritto spettanti ad un lavoratore dipendente quali tredicesime ed altro". 
La proposta avanzata dal governo, poi ritirata, prevedeva la tassazione del 15% di tutte le borse di studio al di sopra degli 11.500 euro lordi annui. 
I medici specializzandi avevano fatto vari calcoli su quanto questo avrebbe inciso: nella migliore delle ipotesi si sarebbe sottratti 150 euro per ogni mensilità, una cifra importante per chi deve combattere giornalmente con la precarietà lavorativa che già nega l’accesso ai finanziamenti ed ai mutui per l’acquisto della prima casa.
Nella giornata di lunedi 16 aprile, la commissione Finanze della Camera aveva votato all’unanimità un emendamento al decreto di semplificazione fiscale che cancellava la norma sulla tassazione delle borse di studio, ma nonostante questo gli specializzandi in medicina ed i dottorandi decisero di invadere piazza Montecitorio con una manifestazione nazionale.
La tassa sulle borse di studio, per ora, sembra accantonata, ma gli specializzandi sono preoccupati e chiedono di intervenire sulla formazione: "Abbiamo avuto garanzie dai parlamentari", spiega Walter Mazzucco, dottorando alla Cattolica e presidente del segretariato italiano giovani medici, "che c'è un accordo del Parlamento con il Governo per non reintrodurre questa tassa. Siamo qui per chiedere che in futuro ci sia più attenzione alla condizione dei giovani medici".
Considerando quanto sta accadendo in questi giorni, si può affermare che è stato fatto un ulteriore passo indietro, I buoni propositi del governo Monti, che aveva esordito dicendo “quello che fa bene ai giovani, fa bene al Paese” , sono andati persi, sovrastati da provvedimenti e tassazioni che colpiscono prevalentemente le classi meno agiate ed in questo caso i giovani neolaureati che si interfacciano per la prima volta con la difficile realtà lavorativa italiana.
Tassare le borse di studio degli studenti specializzandi e dei dottorandi , che tra mille difficoltà portano avanti la ricerca in Italia, facendola collocare all’ottavo posto della graduatoria internazionale fornita da SCImago, avrebbe solo contribuito ad un allontanamento dei giovani dal mondo della ricerca, ma soprattutto accentuato il fenomeno della “fuga di cervelli”.
A conferma di ciò il ministro per la Coesione Territoriale Fabrizio Barca, qualche giorno fa, ha affermato che “la fuga di cervelli è un problema, ma se l'Italia non riesce a crescere, è giusto che i giovani vadano via”.
Alla luce di tutto ciò ci si chiede quando arriveranno i famosi provvedimenti per incentivare il lavoro giovanile in Italia per ridurre l’alto tasso di disoccupazione e fino a quando saremo competitivi? 
I tagli indiscriminati ai finanziamenti e agli stipendi penalizzano ed avviliscono proprio chi fa il suo dovere o persino più del suo dovere, come i ricercatori universitari che da anni, senza averne l’obbligo, tengono insegnamenti a titolo gratuito o con compensi simbolici. 
















lunedì 16 aprile 2012

La crisi in Spagna trascina la Borsa al ribasso


Sale lo spread dei titoli italiani e iberici, le più colpite le banche, male gli energetici. Unica eccezione Finmeccanica. 

Di nuovo una settimana nera per Piazza Affari, con l'indice FtseMib che venerdi scende del 3,4% e porta la perdita complessiva delle quattro sedute della settimana breve post-Pasqua è del 5,6%. 
Negative anche le altre Borse, travolte dalla sfiducia sui Paesi europei cosiddetti "periferici", ma con cali meno drammatici. Londra -1%, Parigi -2,4%, Francoforte -2,3%.
L'epicentro della crisi è Madrid
In Europa la seduta era iniziata male dopo il dato sulla crescita del Pil cinese, che nel primo trimestre ha registrato un incremento solo dell'8,1%, il più basso degli ultimi tre anni, ma la vera svolta negativa è il dato sulla quantità di soldi presi a prestito dalle banche spagnole dalla Bce: a marzo il totale è salito in un mese del 50% a 227,6 miliardi di euro, dai 152,4 miliardi di febbraio. 
Da sole le banche spagnole hanno preso il 29% della somma totale erogata dalla Bce con l'operazione straordinaria di Ltro
Il mercato è convinto che le banche abbiano utilizzato questi soldi soprattutto per comprare titoli di Stato spagnoli, e nel momento in cui il valore di questi bond torna a scendere i bilanci degli istituti di credito sono a rischio. 
La Borsa di Madrid è scesa del 5,3% nella settimana e dall'inizio dell'anno è in perdita del 15,4%. 
L’Italia risente molto delle tensioni iberiche e i titoli più colpiti sono le banche che venerdi hanno perso di più delle concorrenti europee(Stoxx del settore -3%). Pop.Milano -8,1%, Unicredit -6%, Intesa -4,8%, Banco Popolare - 7,1%, Ubi - 6,6%. 
L'euro si è svalutato nei confronti del dollaro a 1,308 da 1,318 della chiusura precedente. 
Si impenna il rendimento del Btp a 10 anni: +14 punti base a 5,48%. Il Bono spagnolo tratta al 5,93% (+15 punti base). 
Lo spread Btp/Bund risale a 374 punti base. Il vantaggio dell'Italia sulla Spagna sfiora i 50 punti base dallo svantaggio di 200 punti base di fine 2011. 
In una giornata negativa spicca il rialzo di Finmeccanica +2,5%. Secondo indiscrezioni del Sole 24 Ore, starebbero progredendo positivamente i negoziati con la giapponese Hitachi per la vendita del 50% di Ansaldo Breda e del 29% di Ansaldo Sts, che ha chiuso in ribasso dello 0,6%. 
Ribassi ampi, ma inferiori all'indice, per le società dell'energia e delle utility: Eni 1,9%, Saipem -3,6%, Enel -2,4%, Snam -2,5%, Atlantia -4,5%.

Sauro Dozzini (Studio di Consulenza Creditizia) 

martedì 10 aprile 2012

Crisi del credito? Ci pensa il factoring


Nel 2011 la cessione crediti è aumentata del 22%. Le imprese ne hanno bisogno per finanziarsi. 

Le banche sono in difficoltà, il credito si restringe e la concessione di finanziamenti diventa sempre più lunga e costosa per aziende e famiglie.  
In questo clima poco idilliaco trova terreno fertile uno strumento molto utilizzato negli ultimi tempi: il factoring.
Sono sempre di più le imprese che ne fanno utilizzo per arginare il grave problema della mancanza di liquidità e del ritardo nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni. 
Tecnicamente si tratta di un contratto attraverso il quale un'azienda cede i suoi crediti ad una società specializzata (sul mercato italiano sono soprattutto emanazioni dirette di istituti bancari). 
L'operazione può avvenire "pro soluto", quando la società di factoring si accolla anche il rischio di insolvenza dell'impresa, e "pro solvendo", quando il soggetto cedente resta comunque titolare del credito in caso di mancato incasso. 
Pagando una commissione l'impresa ottiene così un anticipo finanziario. 
Nel 2011 il factoring ha avuto un impennata del 22%, sfiorando i 1.170 miliardi di euro.
La maggior parte dei crediti riguardano contratti di somministrazione, appalti, prestazioni sanitarie a carattere duraturo ed a tempo indeterminato.  
"Si tratta in realtà di un prodotto molto consolidato, presente in Italia da oltre 40 anni", spiega il segretario di Assifact Alessandro Carretta, "in questi anni non ha mai smesso di crescere, ma abbiamo ancora margini di sviluppo enormi"
Tra le prime quindici realtà italiane, il leader è Mediofactoring, con 49,6 miliardi di turnover ed una crescita del 47%, mentre Mps L&F è salita del 38% e Ge Capital del 31%. 
Per quanto riguarda la suddivisione territoriale il factoring è in linea con la geografia economica dell'Italia: la maggioranza dei crediti ceduti (32%) si concentrano in Lombardia, seguita da Lazio e Piemonte. 
Spiega Antonio Martini, presidente di Assifact: "L'attività delle società di factoring è stata importante per dare ossigeno alle imprese, ma non risolve da solo il nodo delle Pa, che ora va necessariamente affrontato".
Basta ricordare che il ritardo medio nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni è salito a 90 giorni, quasi il doppio rispetto ai 52 del 2009. 
Un periodo enorme, se confrontato con il resto d'Europa: 20 giorni in Francia e 10 in Germania, e ci garantisce il poco invidiabile primato per la durata effettiva più elevata dei crediti verso le Pa. 
La speranza di Gianpiero Bertoli, direttore generale di Ubi Factor, è che "il mondo del factoring e quello delle imprese possa operare in un contesto di regole chiare e certe. Bisogna intervenire, salvaguardando nello stesso tempo la capacità finanziaria degli stessi enti locali"